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Wednesday, May 23, 2007

CHI HA DIFESO BRUNO CONTRADA




Come abbiamo già evidenziato, moltissimi sono stati gli uomini delle istituzioni che non hanno esitato ad accorrere in aula per difendere Bruno Contrada. Centinaia tra prefetti, questori, generali, colonnelli e alti ufficiali dei Carabinieri e della Guardia di Finanza, magistrati, ministri, direttori del SISDE, ex-Alti Commissari per la lotta alla mafia, ufficiali, brigadieri ed agenti di Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza.
Di quanto costoro hanno detto si è sempre parlato poco. Troppo poco. Il PM Ingroia ha addirittura lasciato intendere, in requisitoria, che lui si aspettava questa difesa compatta di Contrada da parte di dipendenti, colleghi e superiori, e ciò per vari motivi che Ingroia stesso ritiene validi: anzitutto per una sorta di solidarietà di casta; in secondo luogo, perchè, a detta dello stesso Ingroia, molti di coloro che hanno difeso l'ex-capo della Mobile e della Criminalpol di Palermo non potevano essere a conoscenza delle losche trame tessute da questo fenomenale doppiogiochista che l'accusa vuole che Contrada sia stato perchè alcuni di essi "erano lontani da Palermo", altri "ricoprivano ruoli più marginali", altri ancora sono caduti ingenuamente nella clamorosa rete di inganni tessuta dall'imputato, e i rimanenti, magari, gli hanno tenuto il gioco intimiditi da una sorta di timore reverenziale o da chissà cos'altro. Dunque, secondo Ingroia, Contrada sarebbe stato talmente diabolico da turlupinare tutti coloro che lavoravano con lui e anche i suoi superiori: va da sè, seguendo quest'impostazione dell'accusa, che dobbiamo concludere che la nostra sicurezza è stata affidata per circa quarant'anni a persone che, se non proprio necessariamente collusi con mafiosi e criminali, nella migliore delle ipotesi erano un branco di incompetenti, ciechi, sordi e conigli...

Lascerò che sia il lettore a giudicare. Mi limito a riportare alcune significative dichiarazioni testualmente rese in udienza durante il processo di primo grado, certi che le parole di questi uomini delle istituzioni (i cui nomi sono spesso famosi e che hanno dimostrato sul campo di essere tutt'altro che incompetenti o vigliacchi) e i fatti incontrovertibili da essi addotti (pur non essendo serviti a convincere i giudici, che alla fine hanno voluto dare ragione ai pentiti e alle loro accuse vaghe e non circostanziate), serviranno meglio di ogni altra cosa a dare al lettore l'idea di quanto assurdo e kafkiano sia stato questo processo. E, soprattutto, forniranno a chi avrà la pazienza di leggerle quella stessa immagine di Bruno Contrada leale servitore dello Stato che hanno dato a noi che le abbiamo ascoltate dal vivo durante le udienze.

Ma prima di passare in rassegna le parole e le emozioni di colleghi che hanno lavorato con Contrada e condiviso con lui rischi e successi nella lotta alla mafia, è importante ascoltare anche quanto detto da altre persone, che certamente si trovano in una situazione molto particolare. Tristissima. Mi riferisco ai parenti di alcune vittime illustri della mafia. Si sappia, infatti, che non tutti i congiunti di chi è caduto davanti al fuoco assassino di Cosa Nostra si sono schierati acriticamente contro Bruno Contrada (non rendendosi conto, peraltro, del fatto che, così facendo, si schieravano automaticamente contro quello Stato che i loro stessi congiunti caduti avevano servito con lealtà). Se Rita e Salvatore Borsellino, fratelli del giudice Paolo, o i parenti delle vittime della strage fiorentina di Via de' Georgofili hanno reagito sul piano puramente istintivo in quanto inconsapevolmente indotti ad incarnare in Bruno Contrada il simbolo di quella corruzione che ha portato alla morte dei loro cari (inconsapevolmente, certo: ma hanno parlato, e male, senza aver mai seguito una sola udienza del processo, dove, proprio riguardo alla strage di Via D’Amelio e a quella di Firenze, né i magistrati né i collaboratori di giustizia hanno mai accusato Contrada di nulla), se la vedova di Ninni Cassarà ha detto in udienza delle cose che non sono state mai provate ma sono state accolte dalla Corte solo sulla base di una strana quanto improbabile onda emotiva, c'è, invece, chi il processo Contrada lo ha seguito, lo conosce e ha parlato adducendo dei fatti e degli argomenti di ben altro spessore. Ma, non si sa in virtù di quale apocalittico meccanismo, le loro parole sono state come accantonate, quanto meno messe in secondo piano. Se il fratello e la sorella di Borsellino hanno soltanto parlato, e non certo all'interno del processo, di presunte diffidenze di quest'ultimo nei confronti di Contrada (la solita storia: si mette in bocca ai morti, che non possono replicare, qualcosa di vago: una diffidenza, una sfiducia, parole riferite per un presunto sentito dire e peraltro smentite da atti scritti ed ufficiali che sono stati acquisiti nel fascicolo processuale), se la vedova Cassarà ha soltanto detto di ricordare che suo marito diffidava di Contrada (anche Ninni Cassarà, da morto, non può smentire: ma la smentita arriva dai tanti colleghi che hanno lavorato con lui e con Contrada), di ben altro segno e valenza appaiono le parole della vedova del commissario Beppe Montana (che ha conosciuto Contrada ed è stata da lui aiutata personalmente dopo la morte del marito), della vedova di Boris Giuliano (che ha difeso senza mezzi termini quel Bruno Contrada che era considerato, e a ragione, un corpo e un'anima con il marito ucciso) e del figlio e della vedova del giudice Costa. E noi cominciamo proprio da questi ultimi.


1.

MICHELE COSTA

Avvocato e figlio del procuratore capo della Repubblica di Palermo, Gaetano Costa, assassinato dalla mafia a Palermo nel 1980. Su quest'omicidio Bruno Contrada indagò e redasse un rapporto che inviò al procuratore della Repubblica di Catania, competente per le indagini. Michele Costa ha sempre difeso Bruno Contrada. Il 27 dicembre 2007 ribadisce le sue ferme convinzioni sull'innocenza dell'ex-capo della Squadra Mobile e della Criminalpol di Palermo in un'intervista rilasciata a Felice Cavallaro del Corriere della Sera. La riportiamo integralmente:

Palermo - “Parlano senza sapere. Si oppongono alla grazia per Bruno Contrada ignorando che il provvedimento del capo dello Stato non smentisce la sentenza di condanna”.
Si rivolge direttamente a Rita Borsellino l’avvocato Michele Costa, un amministrativista orfano del procuratore della Repubblica ucciso a Palermo nel 1980 e di Rita Bartoli, una colonna dell’antimafia in Sicilia, eletta dopo il sacrificio del marito deputato del Partito comunista, testimone eccellente al processo Contrada dove difese il superpoliziotto da ogni accusa.
“La Borsellino, come la figlia di Scopelliti o la vedova di Caponnetto parlano confondendo il piano umanitario con quello giudiziario. Mentre per principio la grazia non smentisce la sentenza”.

FELICE CAVALLARO - "Ma lei è scettico anche sulla condanna?"

MICHELE COSTA - “Altro caposaldo di diritto è che una sentenza passata in giudicato rappresenti la verità. Ciò non significa però che i verdetti, scritti dagli uomini, non possano essere a volte sbagliati. E in questo caso esistono nodi essenziali che i giudici non hanno saputo né potuto sciogliere.”

FELICE CAVALLARO - "Il più aggrovigliato?"

MICHELE COSTA - “L’ipotesi non dimostrata che, fino ad una certa data, Bruno Contrada era un eccellente poliziotto, improvvisamente colluso con la mafia. Tutto senza un’apparente ragione.”

FELICE CAVALLARO - "Sono le accuse dei pentiti."

MICHELE COSTA - “Parole, non fatti. Mentre quasi tutti gli inquirenti che con lui hanno lavorato anche ad altissimo livello hanno escluso ogni dubbio sui suoi comportamenti.”

FELICE CAVALLARO - "Vede che parlando di 'grazia' si scivola sui contenuti del processo?"

MICHELE COSTA - “La grazia verrà concessa o meno senza incidere sulla sentenza. Anzi, paradossalmente confermandone il contenuto."

FELICE CAVALLARO - "E lei dice per questo che la Borsellino sbaglia…"

MICHELE COSTA - “Sbaglia soprattutto nell’emettere giudizi così duri su una vicenda che ha creato tanti dubbi in tante persone che il processo hanno seguito e conoscono bene.”

FELICE CAVALLARO - "Conferma la fiducia espressa da sua madre per Contrada?"

MICHELE COSTA - “Pienamente. Alcune delle più importanti inchieste di cui si era occupato mio padre erano il frutto del lavoro di Contrada. Il rapporto redatto sull’omicidio di mio padre e fatto proprio sia dai Carabinieri sia dalla Guardia di Finanza era tanto completo e fondato da essere stato confermato dieci anni dopo dalla Corte di Assise di Catania.”

FELICE CAVALLARO - "Eppure, resiste anche fra alcuni familiari di vittime di mafia la macchia di un personaggio obliquo, capace di fare il doppiogioco, addirittura di tradire colleghi come Boris Giuliano."

MICHELE COSTA - “Questa è la menzogna più grande che si sia potuta sentire in Sicilia. Come ben sanno la moglie e i figli di Giuliano. Dai quali mai è venuta una parola contro Bruno Contrada."

FELICE CAVALLARO - "Altri picchiano duro."

MICHELE COSTA - “Tanti parlano senza sapere niente di niente, orecchiando le declamazioni di qualche oratore di un’antimafia carica di retorica. Né l’essere figlio, fratello o sorella di un giudice o di un poliziotto assassinati dà titolo per capire, sapere o giudicare su tutto. Al contrario, bisogna tirare fuori fatti concreti. Come l’inchiesta sul delitto di mio padre. Fatta da Contrada in un contesto dove altri tentavano di minimizzare la causale dell’omicidio riducendola alla bravata di un bamboccio. E questo comportamento allora e oggi io ritengo non possa essere neppure sospettato di essere l’atteggiamento di un poliziotto colluso.”.

2.

RITA BARTOLI COSTA

Più che riportare dichiarazioni, qui si tratta di riferire un episodio. Significativo. Importante. Emblematico. Rita Bartoli, vedova del procuratore Costa, divenne nel corso degli anni una vera e propria icona dell'antimafia in Sicilia. Si impegnò sempre strenuamente non solo a tener vivo il ricordo del marito, ma anche e soprattutto a dare un determinante impulso per tenere viva l'attenzione sul fenomeno mafioso. Il suo fu un esempio fulgido. Durante il processo di primo grado a carico di Bruno Contrada, Rita Bartoli, e questa è una scena che teniamo scolpita nella memoria a caratteri di fuoco tutti coloro che eravamo presenti in quel momento, attraversa l'aula e, senza degnare di uno sguardo i due pubblici ministeri, va a stringere calorosamente ed affettuosamente la mano all'imputato Bruno Contrada.

3.

prefetto RICCARDO BOCCIA

  • Prefetto di Napoli;
  • Prefetto di Bologna;
  • Alto Commissario per la lotta alla mafia dal 1985 al 1987.
Udienza del 24 gennaio 1995.

"Bruno Contrada non era un corrotto. E che, allora me lo sarei tenuto all'Alto Commissariato Antimafia?"

“Il comportamento del dottor Contrada è sempre stato improntato alla più assoluta lealtà verso le istituzioni. Io ho sempre avuto la massima fiducia in lui perchè era estremamente corretto."

"Io ero intimo e frequentatore dei magistrati protagonisti della lotta alla mafia, i Falcone, i Borsellino, i Caponnetto, gli Sciacchitano, gli Ayala, i Pajno… e mai, MAI, mi avanzarono il benchè minimo sospetto su Contrada. Mai nei confronti di Bruno Contrada emerse il più piccolo dubbio, il più vago sospetto, il più impercettibile sentore!"

"Conobbi Contrada quando mi insediai all'Alto Commissariato Antimafia a Roma e dovetti andare a Trapani per l'attentato al giudice Carlo Palermo. Fu Contrada ad organizzarmi il viaggio, lui era ancora a Palermo nell'àmbito dell'Alto Commissariato Antimafia come capo di gabinetto del prefetto Emanuele De Francesco. De Francesco mi aveva parlato benissimo di Contrada. Contrada aveva ottime credenziali ad alto livello ed io lo confermai capo di gabinetto fino al dicembre 1985. In questo lasso di tempo non ho mai avuto sospetti su Contrada, che gestiva perfettamente l'ufficio dell'Alto Commissariato da Palermo mentre io ero a Roma e venivo a Palermo due volte alla settimana. Era Contrada a dirigere l'ufficio e lo faceva benissimo, non ho mai avuto sospetti su di lui."

"Nessuno mi ha mai parlato male di Contrada, nè giudici palermitani, nè capi del SISDE, nè poliziotti palermitani, nè carabinieri palermitani, nessuno. Contrada godeva di ottima reputazione."


4.

Generale ANTONIO SUBRANNI

  • Dal 1972 al 1977 comandante della Compagnia dei Carabinieri di San Lorenzo, a Palermo;
  • dal 1977 al 1979 capo del Nucleo Investigativo dei Carabinieri di Palermo;
  • dal 1980 al 1986 capo del Nucleo Investigativo dei Carabinieri di Lecce;
  • dal 1986 nuovamente a Palermo;
  • nel 1990 è stato il fondatore e il primo comandante del ROS (Raggruppamento Operativo Speciale dei Carabinieri).

Udienza del 16 febbraio 1995.

"Bruno Contrada non è mai stato un corrotto! Non sia mai detta una cosa simile! Bruno Contrada era uno che svettava, così come Boris Giuliano e il tenente colonnello Giuseppe Russo!"

"Contrada non ha mai favorito alcun mafioso! Non ho mai avuto sollecitazioni da Contrada a favore di mafiosi! No, no, no e no!"


"Contrada non è mai stato amico di Rosario Riccobono! Assolutamente no!
Quando comandavo la Compagnia di San Lorenzo, facemmo più volte spasmodiche ricerche di Rosario Riccobono in piena collaborazione con Contrada e i suoi uomini della Squadra Mobile. Le facemmo anche quando, nel 1977, passai a comandare il Nucleo Investigativo: anche allora le ricerche di Riccobono furono effettuate con la piena collaborazione di Contrada, passato a dirigere la Criminalpol di Palermo."

"Nessun magistrato ha mai sospettato di Bruno Contrada."

"A reati come l'omicidio di Boris Giuliano o del tenente colonnello Giuseppe Russo si reagisce fuori dall'ordinario, proprio perchè toccano uno di noi. Ci si dannava l'anima tutti quanti, primo fra tutti il dottore Contrada! Il ritmo era frenetico! Ma quale rallentamento!
(E qui, ricordo che il generale Subranni si scaldò notevolmente, nda) L'attività di tutti noi, ma soprattutto di Contrada, fu talmente frenetica ed efficace che lo stesso Contrada stilò un dettagliato rapporto di denuncia che inchiodava mandanti ed esecutori del delitto Giuliano.
Contrada si era dedicato, con altrettanto fervore, ad indagini che condussero ad un rapporto, da lui firmato, sul gruppo mafioso Spatola-Inzerillo, rapporto che fu presentato al procuratore capo della Repubblica di Palermo, dottor Gaetano Costa. Dopo l'arresto di Vincenzo Spatola, ricordo che io e Contrada partimmo insieme per Roma, per partecipare ad una riunione di servizio con i giudici Ferdinando Imposimato e Domenico Sica."

"Nel 1977 il generale Dalla Chiesa torna a Palermo per la riforma delle carceri. Pensa sùbito di costituire un gruppo interforze con Polizia e Guardia di Finanza. Di questo gruppo vuole assolutamente che faccia parte il dottore Contrada, di cui Dalla Chiesa si è sempre fidato ciecamente, e mi incarica di interpellarlo. Contrada si dichiara immediatamente disponibile, ma i suoi superiori dicono di no perchè non vogliono che Contrada sia distolto da altre delicate indagini che stava conducendo in quel periodo."

"Quando io, negli anni '90, ero comandante del ROS
(Raggruppamento Operativo Speciale dei Carabinieri, nda), ricordo che Contrada, all'epoca al SISDE, ha sempre collaborato con noi. Ci fornì un'incredibile quantità di schede su mafiosi e di indicazioni su latitanti sia di mafia che di camorra (tra questi ultimi, anche Carmine Alfieri)".

"Il dottore Contrada ha sempre collaborato pienamente ed efficacemente con noi Carabinieri. Lui è stato sempre un esempio mirabile della collaborazione tra tutte le forze di polizia.

Ricordo, ad esempio, che io fui presente in Questura all'interrogatorio fatto a Nino Salvo da Bruno Contrada e Boris Giuliano in relazione all'omicidio del tenente colonnello Giuseppe Russo.
Ricordo, ancora, che Leonardo Vitale, quando si pentì, nel 1973, volle parlare direttamente con Contrada, e Contrada volle che all'interrogatorio di Vitale assistessero anche ufficiali dei Carabinieri. Tra questi c'era il tenente Giuseppe Russo. Sia Contrada, sia Russo sia tutti gli altri ufficiali che ascoltarono le dichiarazioni di Vitale le ritennero importanti: furono poi i magistrati a ritenere che Vitale fosse pazzo".


5.

Prefetto VINCENZO PARISI

  • Direttore del SISDE dal 1984 al 1987;.
  • Capo della Polizia dal 1987 al 1994.

"Bruno Contrada è il più grande esperto di mafia vivente, vanta un curriculum di lotta alla criminalità ineguagliabile. Per il prefetto De Francesco è stato sempre come un figlio”.

"Bruno Contrada è un investigatore straordinario. Il suo è un curriculum brillantissimo ed egli ha dimostrato una conoscenza straordinariamente approfondita del fenomeno mafioso, di cui è una memoria storica eccezionale, e per questo ha ricevuto 33 elogi dall'amministrazione e dalla magistratura... Bisogna far luce su eventuali interessi e su eventuali corvi che hanno ispirato ai “pentiti” le dichiarazioni contro Contrada. È quantomeno strano che soltanto dieci anni dopo vengano rivelati fatti di cui i “pentiti” sarebbero stati a conoscenza da tanto tempo, a meno che non li abbiano appresi dopo da chi ha voluto ispirarli. Perché i “pentiti” parlano solo ora, e chi li manovra? Io vedo un pericolo per la democrazia...".



6.

Questore GIUSEPPE NICOLICCHIA

  • Questore di Palermo dal 1980 al 1981.

Udienza del 17 marzo 1995.

"Il dottor Bruno Contrada è stato sempre un eccellente funzionario tanto per la preparazione quanto per la correttezza".

"Contrada era il mio braccio destro. Di lui mi sono sempre fidato ciecamente. I lavori difficili li faceva lui".

"Bruno Contrada svolse le indagini sull'omicidio del procuratore Costa in maniera eccellente".

"Contrada non ha mai avuto rapporti con mafiosi".

"Fui io personalmente a firmare l'autorizzazione per la concessione del porto d'armi al principe Vanni Calvello, dopo aver conferito col prefetto. Non ne avevo parlato con Contrada, prima".

"Dopo la costituzione del GMI
(Gruppo Misto di Intervento, con la collaborazione di Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza, voluto da Contrada nel 1980, quando era capo della Criminalpol della Sicilia Occidentale, nda) la Guardia di Finanza ebbe da noi della Polizia un elenco completo dei mafiosi. Era la prima volta che ciò accadeva, e tutto il merito fu di Contrada che redasse personalmente quell'elenco".


7.

Prefetto GIOVANNI RINALDO CORONAS

  • Capo della Polizia dal 1979 al 1984.


Udienza del 21 marzo 1995.


"Bruno Contrada è stato sempre il massimo,anzi più del massimo come qualifiche di servizio per un funzionario di grande esperienza. La valutazione di Contrada al Ministero degli Interni era il massimo, ossia 100, più 5 punti di menzione speciale e di lode massima. Totale: 105. Un punteggio che quasi nessuno era mai riuscito a raggiungere.
TUTTI stimavano il dottor Bruno Contrada. Tutti, dentro e fuori dalla Polizia".

"Non ho mai avuto sospetti su rapporti di Contrada con la mafia. Nè io nè altri. Neppure il questore Immordino mi disse nulla in tal senso. Nessuno mai lo ha fatto."

"Dopo l'assassinio di Boris Giuliano, capo della Squadra Mobile di Palermo, ucciso il 21 luglio 1979, fu il questore di Palermo, Giovanni Epifanio, a caldeggiare il nome di Contrada (all'epoca già promosso capo della Criminalpol della Sicilia Occidentale, nda) come capo della Squadra Mobile ad interim, perchè Contrada era un ottimo funzionario. Io conoscevo il valore sia dell'uomo che del funzionario Contrada, e per questo, nella mia qualità di capo della Polizia, lo invitai personalmente ad accettare e lui accettò con lo spirito di servizio che aveva sempre dimostrato.
(Dopo la reggenza provvisoria di Contrada, fu nominato capo della Squadra Mobile di Palermo Giuseppe Impallomeni e Contrada ritornò a tempo pieno a rivestire il ruolo di capo della Criminalpol della Sicilia Occidentale. Frattanto, Contrada aveva indagato sul coinvolgimento di Michele Sindona con la mafia. E' stato accusato di aver cancellato il nome di Sindona dal suo rapporto di denuncia, ma ciò non è vero. In realtà fu il capo della Mobile Impallomeni a cancellare il nome di Sindona dal proprio rapporto. Ce lo conferma proprio il prefetto Coronas, all'epoca capo della Polizia, nda). Decisi di mandare l'ispettore Guido Zecca a Palermo perchè chiarisse perchè e come il capo della Mobile Impallomeni aveva cancellato il nome di Michele Sindona dal proprio rapporto di denuncia".


8.

Prefetto GIUSEPPE PORPORA

  • Capo della Polizia dal 1984 al 1987.

"Non ho mai avuto nei confronti di Bruno Contrada il più piccolo rilievo negativo da fare, nè tantomeno alcun sospetto".

9.

Prefetto MARIO JOVINE

  • Questore di Palermo dal 1985 al 1987;
  • Prefetto di Palermo dal 1989 al 1992.

"Ho sempre raccolto giudizi semplicemente esaltanti sulle capacità investigative del dottor Bruno Contrada".

"Non ho mai sentito il dottor Bruno Contrada chiedere il più piccolo favoritismo per nessuno".

"Nessun magistrato mai,
in primis Paolo Borsellino, ha mai sollevato il più piccolo, velato dubbio sul dottor Contrada".


10.

ROBERTO SCOTTO

  • Capo della Squadra Mobile di Roma, Milano, Cosenza, Nuoro;
  • Dirigente operativo del Servizio Centrale Antidroga.

"In molte operazioni di polizia mi sono sempre avvalso dei preziosi suggerimenti, aiuti e consigli del dottore Contrada. Egli era la memoria storica di tutte le indagini che erano state fatte a Palermo".

"Bruno Contrada dai suoi uomini era adorato. Sempre sereno. Mai un briciolo di paura".



11.

Generale MICHELE MOLA

  • Dal 1971 al 1973 comandante del Nucleo di Polizia Tributaria di Palermo, col grado di capitano;
  • nel 1979 viene promosso colonnello;
  • nel 1984 viene nominato generale.

Al momento dell'udienza era generale di divisione della Guardia di Finanza, già comandante in seconda del Corpo a livello nazionale.

Udienza del 14 febbraio 1995.

"Ho avuto rapporti stretti con Contrada soprattutto negli anni '70, quando comandavo il Nucleo di Polizia Tributaria. I rapporti con Contrada sono stati sempre ottimi, anche quando tornai a Palermo negli anni '80 e lui era all'Alto Commissariato per la lotta alla mafia. Ricordo che ci riunivamo spesso con Contrada per preparare operazioni".

"Contrada non ha mai sviato indagini nè dato adito a sospetti. Non ho mai avuto motivo di dubitare o sospettare di Contrada, nè io nè i miei colleghi. Non mi è mai stato riferito da nessuno alcun sospetto sul conto di Contrada".

"Su forte e preciso
input di Contrada, all'epoca capo di gabinetto dell'Alto Commissariato per la lotta alla mafia, abbiamo svolto controlli fiscali presso banche, soprattutto in provincia di Agrigento".

"Pervennero alla Guardia di Finanza delle schede sui patrimoni di molti mafiosi elaborate dalla Polizia e personalmente da Contrada".


12.

Colonnello DIEGO MINNELLA

  • A Palermo dal 1980 al 1982;
  • a Bagheria dal 1982 al 1986;
  • dal 1986 al 1990 alla Sezione Anticrimine di Napoli;
  • nel 1990 rientra a Palermo.

Nel 1995, al momento della sua deposizione al processo Contrada, il colonnello Minnella è capo della Sezione di Polizia Giudiziaria della Procura di Palermo.

Udienza del 14 febbraio 1995.

"Nel 1980 sono stato messo a disposizione del giudice Falcone per l'istruttoria del processo Spatola. Nel dicembre di quello stesso anno entrai a far parte del GMI (Gruppo Misto di Intervento) voluto da Contrada per le indagini sul traffico internazionale di droga: insieme a me e a Contrada c'erano il dottor Peritore (dirigente della Sezione Narcotici della Squadra Mobile di Palermo) e il tenente della Guardia di Finanza Ciro De Lisi. Ricordo che la costituzione del GMI avvenne a Roma, nella sede della Direzione Centrale Antidroga e alla presenza del suo direttore Sabbatino, ma la sede centrale del GMI era la Criminalpol palermitana diretta da Bruno Contrada. Fu proprio il GMI ad arrestare, fra gli altri, Frank Coppola, il gruppo dei fratelli Cutaia, il gruppo di Santospirito e Marsalone, Nunzio La Mattina (chiamato in codice "Andrè") e i fratelli Cefalù; fu il GMI a dare l'input per arrestare a New York un pericoloso gruppo di trafficanti di droga e sequestrare ingenti partite di eroina a New York e a Firenze (per questa operazione la DEA [l'Agenzia Antidroga statunitense, nda] tributò uno speciale encomio al GMI e, segnatamente, al dottor Bruno Contrada".

"Nell'àmbito del GMI, Contrada era quello che manteneva i contatti con la Direzione Centrale Antidroga, coordinava tutto e ci dava gli ordini. Ci diede sempre preziosissimi input per diverse indagini. Era lui il vero cervello del GMI. Tutte le operazioni iniziate le abbiamo portate a termine con successo e senza remore e senza interferenze da parte di nessuno."

"Non ho mai avuto notizie nè dirette nè indirette di collusioni di Contrada con la mafia. Mai il minimo sospetto sul suo conto. Mai il minimo dubbio. Nè io, nè nessuno nell'àmbito dei Carabinieri, nè nessun altro. Noi Carabinieri abbiamo sempre lavorato in perfetta armonia con Bruno Contrada".

"Falcone, che conoscevo bene e col quale ho collaborato strettamente, non mi esternò mai il benchè minimo sospetto o la benchè minima diffidenza nei confronti di Contrada".


13.

Colonnello TITOBALDO HONORATI

  • Già comandante del Nucleo Operativo dei Carabinieri di Palermo dal 1982 al 1984.

Udienza del 14 febbraio 1995.

"Contrada fu sempre un sostenitore della collaborazione tra le varie forze di polizia contro la mafia e la realizzò. Nel 1980 fu proprio su impulso di Contrada che fu creato il il GMI (Gruppo Misto di Intervento), di cui faceva parte, ricordo, anche il capitano dei Carabinieri Diego Minnella (il capitano Minnella, grande collaboratore di Falcone, confermerà tutto ciò in aula, ribadendo anch'egli il ruolo fondamentale di Contrada nella creazione di questo gruppo speciale: ecco la vera "convergenza del molteplice"... nda). Questo Gruppo Misto indagò con grande efficacia sulla mafia e sul traffico internazionale di droga. E arrestò Frank Coppola".

"Contrada godeva, presso i Carabinieri, di ottima reputazione. Noi non abbiamo mai avuto sospetti su di lui, nè notizie, dirette o indirette, di una sua collusione con la mafia o di tentativi di depistaggio di indagini da parte sua".

"Negli anni '80 noi dei Carabinieri lavorammo a stretto contatto con Contrada e insieme a lui e ai suoi uomini facemmo ricerche congiunte per arrestare molti mafiosi, soprattutto, ricordo, Tano Badalamenti e i Marchese. Io, personalmente, collaborai con Contrada per l'indagine sull'omicidio di Boris Giuliano. Dopo l'omicidio del capitano Basile, cominciammo con Contrada una intensa attività di indagine a tappeto per dare il colpo finale alla mafia. E Contrada stilò il rapporto di denuncia sull'omicidio del procuratore Costa di concerto e in pieno accordo col colonnello Rizzo, prendendo in considerazione ed inquadrando con grande precisione gli affari loschi della famiglia del
boss Totò Inzerillo e il giro di appalti facente capo a Rosario Spatola. Contrada fu il primo ad intuire i legami fra gli omicidi Giuliano, Basile e Costa e ad inquadrare il contesto unico che c'era alle spalle, facente capo al gruppo dei corleonesi emergenti con in più Di Carlo e Cannella".

"Mai saputo nulla di un
blitz a Borgo Molara nel 1981 per la cattura di Riina".


14.

Prefetto AURELIO GRASSO

  • Prefetto di Palermo dal 1973 al 1977.

Udienza del 18 settembre 1995.

"Il dottore Contrada è stato sempre un funzionario irreprensibile e ligio al dovere".

"Il dottore Contrada non ha mai chiesto favori di nessun genere per nessun mafioso".



15.

MICHELE SANDULLI - Sovrintendente Capo della Polizia di Stato.

  • Dal 1963 al 1968 alla Squadra Mobile di Palermo;
  • dal 1970 al 1992 alla Criminalpol di Palermo.

Udienza del 14 febbraio 1995.

"Dopo l'omicidio di Gaetano Cappiello (l'agente della Squadra Mobile ucciso dagli uomini della cosca di Rosario Riccobono nell'àmbito di un'operazione contro i medesimi per estorsione ai danni dell'imprenditore palermitano Randazzo, nda), Contrada, all'epoca capo della Squadra Mobile, mi incaricò, insieme al dottor Vittorio Vasquez e al dottor Francesco Paolo Mannino, di recarmi a Caserta e provincia per cercare ed arrestare proprio Rosario Riccobono. Io, allora in forza alla Criminalpol di Palermo, partecipai perchè questa fu un'operazione congiunta tra Squadra Mobile e Criminalpol palermitane".


16.

Giudice ANTONINO MELI

  • Consigliere Istruttore presso la Corte d'Appello di Palermo dal 1988

Udienza del 23 maggio 1995.

"Il dottore Contrada è stato sempre duro e inflessibile con la mafia. Io l'ho sempre stimato e non ho mai avuto dubbi o sospetti sul suo conto".

"Io conobbi Bruno Contrada in un periodo per lui critico, il periodo delle calunnie de 'L'Espresso' nei suoi confronti
(nel 1989 il giornalista Roberto Chiodi pubblica su 'L'Espresso' un articolo calunnioso che adombra responsabilità di Contrada nella fuga dell'imprenditore Oliviero Tognoli, coinvolto nella 'Pizza Connection'. Quell'accusa non fu mai dimostrata. Lo stesso Chiodi, ascoltato al processo Contrada, confermerà che si era trattato soltanto di voci e che lui, piuttosto maldestramente, aveva scritto quell'articolo solo sulla base di illazioni. Ne parliamo in altra parte del libro, nda). Dissi a Contrada di venire a trovarmi a casa: lui venne e si sfogò con me, piangendo e dicendo che dopo una vita dedicata allo Stato non doveva accadergli questo, che qualcuno voleva rovinarlo. Non ebbi difficoltà alcuna a credere alle sue parole, lo conoscevo di fama e lo avevo sempre stimato".


17.

ALESSANDRO GUADALUPI

  • Dal 1965 al 1968 alla Sezione Volanti della Questura di Palermo;
  • dal 1974 al 1982 alla Squadra Mobile di Palermo: dal 1974 al 1980 Sezione Antirapine (diretta da Speranza), dal 1980 al 1982 alla Sezione Omicidi;
  • dal 1982 alla Criminalpol di Palermo.

Udienza del 21 febbraio 1995.

"Contrada colluso con la mafia? Per carità! Neanche a pensarlo! Era un faro, una guida per tutti noi. Era un funzionario ed un uomo integerrimo. Irreprensibile."

"I rapporti fra Bruno Contrada e Boris Giuliano sono sempre stati fraterni."

"Dopo l'omicidio dell'agente Gaetano Cappiello da parte degli uomini del
boss Rosario Riccobono, le indagini contro Riccobono furono serrate: tutto merito di Contrada".


18.

GIUSEPPE FALCONE - Ispettore Capo della Polizia di Stato in pensione.

  • Dal 1964 al 1968 al Commissariato di Polizia "Resuttana-Colli" di Palermo;
  • dal 1968 al 1970 al Primo Distretto di Polizia di Palermo;
  • dal 1971 al 1976 alla Questura di Milano;
  • dal 1976 all'Archivio Generale della Questura di Palermo;
  • dal 1980 al 1994 alla Squadra Mobile di Palermo: dal 1980 al 1981 alla Sezione Antirapine, nel 1981 alla Sezione Investigativa (diretta da Ninni Cassarà), dal 1981 al 1983 alla Sezione Catturandi.

Udienza del 21 febbraio 1995.

"Il dottor Contrada non ci fece richieste nè pressioni di alcun genere a favore di mafiosi".

"Tra il 1981 e il 1983, ossia durante il mio periodo di permanenza alla neo-ricostituita Sezione Catturandi della Squadra Mobile di Palermo, non ci furono mai ricerche di Totò Riina a Borgo Molara. Cercavamo, certamente, Riina, ma altrove".

"Nel 1981 fu ricostituita la Sezione Catturandi della Squadra Mobile di Palermo, sezione che era stata abolita dal dottor Impallomeni quando era capo della Squadra Mobile, l'anno precedente. Io provenivo dalla V Sezione, ossia la Sezione Investigativa, diretta dal dottor Ninni Cassarà, e passai alla Catturandi insieme al commissario Beppe Montana, al maresciallo Gaetano Buscemi, Naso, Belcamino, Antonucci e altri. Un giorno ebbi una discussione con il dottor Montana, fui allontanato dalla Catturandi per due mesi ma vi ritornai e vi restai fino al 1983.
La Catturandi non era ancora ridiventata una vera e propria sezione, e lavorava come ufficio distaccato della Sezione Investigativa: facevamo capo al maresciallo più anziano, ossia Gaetano Buscemi, che era quello che teneva i contatti con i superiori. Eravamo divisi in quattro squadre di tre o quattro elementi l'una, i mezzi erano pochi, le auto di servizio a disposizione erano solo due, dunque capitava che ci facessimo prestare auto da altre sezioni o che uscissimo anche a piedi. Ciò non ci impedì mai di svolgere sempre un servizio di attiva ricerca di tutti i più grossi mafiosi latitanti, primi fra tutti Totò Riina, Bernardo Provenzano e Saro Riccobono".


19.

PAOLO TOMEO - Ispettore della Polizia di Stato.

  • Dal 1965 al 1970 al Commissariato di Polizia "Vespri" di Palermo;
  • dal 1970 al 1983 alla Squadra Mobile di Palermo: dal 1970 al 1973 alla Sezione Volanti, dal 1973 al 1982 alla Sezione Antirapine, dal 1982 al 1983 nuovamente alla Sezione Volanti;
  • dal 1983 ai Commissariati di Polizia di Palermo "Castellammare", poi "Duomo-Palazzo Reale" e infine "Oreto-Stazione".

All'epoca dell'udienza era ispettore al Commissariato di Polizia "Oreto-Stazione" di Palermo.

Udienza del 21 febbraio 1995.

"Il dottore Contrada è sempre stato lineare ed onesto".

"Il dottore Contrada ci ha sempre spronato a fare le indagini. Quando uccisero l'agente di Polizia Gaetano Cappiello, se non ci fosse stato Contrada lo sbandamento sarebbe stato totale".

"Il dottore Contrada non mi chiese mai favori per nessun mafioso".

"Il dottor Bruno Contrada ed il dottor Boris Giuliano erano due fratelli. Erano sempre assieme".

"Non mi risultano indagini per la ricerca di Totò Riina a Borgo Molara nel 1981".


20.

GUIDO PAOLILLI - sottufficiale della Polizia di Stato.
  • Dal 1971 al 1975 alla Sezione Volanti della Squadra Mobile di Palermo;
  • dal 1975 al 1985 alla Squadra Mobile di Palermo, prima alla Sezione Buoncostume, poi alla Sezione Antirapine.

Udienza del 20 gennaio 1995.

"La dirigenza del dottore Contrada e del dottore Giuliano alla Squadra Mobile di Palermo è stata il periodo più bello della mia carriera perchè eravamo una famiglia. (...) Giuliano e Contrada erano tutta una persona, un'accoppiata vincente, allora la Squadra Mobile di Palermo era un ufficio favoloso. (...) Il dottore Contrada era il primo a supervisionare i nostri servizi e a partecipare, la sua dirigenza era favolosa. Il dottore Contrada non ha mai favorito nessun mafioso, non ha mai detto a nessuno di usare riguardi con nessun mafioso."


21.

GUGLIELMO INCALZA - funzionario della Polizia di Stato
  • Dal 1972 al 1980 dirigente dei Commissariati Zisa e Duomo di Palermo;
  • dal 1980 al 1981 capo della Sezione Investigativa della Squadra Mobile di Palermo;
  • dal 1981 al 1984 capo della Squadra Mobile di Salerno;
  • quindi capo della Sezione Investigativa e vicecapo della Squadra Mobile di Roma;
  • quindi capo della Divisione Criminalità Organizzata e Sequestri di Persona della Criminalpol Centrale;
  • dal 1990 al 1992 all'Alto Commissariato Antimafia;
  • dal 1992 alla Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Udienza del 24 gennaio 1995.

"Conosco Bruno Contrada dal 1972. Nelle mie operazioni nei commissariati di Palermo mi appoggiavo sempre alla Squadra Mobile e a Contrada. (...) Non ho mai avuto sospetti su rapporti tra Contrada e mafiosi, nella maniera più assoluta. Bruno Contrada è stato per me un maestro di etica e di morale. Lui era ultrastimato da tutti."


22.

FRANCESCO SIRLEO - dirigente superiore della Polizia di Stato
  • alla Questura di Reggio Calabria (dove è stato anche vicecapo della Squadra Mobile) fino al 1980;
  • dal 1980 alla Questura di Roma, come vicedirettore e direttore della DIGOS e poi dell'UCIGOS;
  • dal 1988 al SISDE;
  • dal 1989 al 1991 distaccato presso l'Alto Commissariato Antimafia;
  • dall'ottobre 1991 dirigente della Divisione Criminalità Organizzata del SISDE.
Udienza del 27 gennaio 1995.

"Conobbi Contrada nel 1985 quando dirigevo la DIGOS di Roma. Me lo presentò Carlo Milella. Sapevo che Contrada era molto stimato in Polizia. Dal 1991 io mi trasferisco alla divisione anti-criminalità organizzata del SISDE, dove trovo proprio Contrada e De Sena. Io ero esperto di 'ndrangheta, non di mafia, e allora nel novembre del 1991 andiamo a fare una serie di visite a Palermo proprio insieme a Contrada. E insieme rafforziamo il nucleo anti-criminalità organizzata dei centri SISDE della Sicilia (Palermo e Catania). Proprio per esplicita volontà di Contrada, decidiamo di aprire nuovi centri SISDE a Caltanissetta, Trapani ed Agrigento. Dopo la strage di Capaci io, Fausto Gianni, Bruno Contrada e altri colleghi andammo a parlare col procuratore della Repubblica di Palermo, Giammanco, e ci mettemmo a sua totale disposizione. Ugualmente, dopo la strage di Via D'Amelio, sempre io, Gianni, Contrada ed altri colleghi dei servizi andammo a parlare col procuratore della Repubblica di Caltanissetta, Tinebra, e ci mettemmo anche a sua disposizione. Tinebra incaricò Contrada di organizzare un gruppo per effettuare un monitoraggio delle famiglie mafiose. E così fu."


23.

PAOLO SPLENDORE - ufficiale dei Carabinieri
  • ex-funzionario del SISDE;
  • ex-funzionario dell'Alto Commissariato Antimafia;
Udienza del 3 febbraio 1995.

"Non ho mai avuto sospetti su Contrada. Eravamo in grande confidenza, io andavo spesso a casa sua, quando partivamo dormivamo nella stessa stanza. Mai lui ha fatto o ricevuto telefonate sospette, e negli anni '80 noi abbiamo vissuto davvero fianco a fianco."


24.

ANTONIO D'ALOISIO
  • capo di gabinetto dell'Alto Commissariato Antimafia dal 1986 al 1992;
  • commissario al Comune di Reggio Calabria;
  • all'epoca dell'udienza prefetto di Messina.
Udienza del 3 febbraio 1995.

"Nessuno ha mai avuto notizie negative o sospetti sul conto di Bruno Contrada. Tutte le forze dell'ordine avevano la massima stima nei suoi confronti: mai nessuna voce negativa."


25.

FRANCESCO ROMANO
  • ex-funzionario della Prefettura di Palermo e dell'Alto Commissariato Antimafia.
Udienza del 3 febbraio 1995.

"Bruno Contrada era irreprensibile. Da lui non è provenuto mai nessun intralcio a nessuna nostra attività, a niente. Mai nessuna interferenza indebita da parte sua. Nei suoi confronti c'era una vera e propria unanimità di consensi e di apprezzamento."


26.

MARIA VITTORIA MINISTERI - viceprefetto ispettore

  • funzionario dell'Alto Commissariato Antimafia dal 1982 al 1992;
  • all'epoca dell'udienza Direttore dell'Ufficio Traffico e Circolazione presso la Prefettura di Palermo.
Udienza del 3 febbraio 1995.

"Bruno Contrada era irreprensibile. Non ha mai fatto nessuna interferenza, non ha mai frapposto intralci di alcun genere, non ha mai fatto segnalazioni a favore di nessuno. Nessuno ha mai nutrito sospetti di alcun genere nei suoi confronti."


27.

ALDO LATINO - sovrintendente capo della Polizia di Stato

  • in servizio presso la Squadra Mobile di Napoli fino al 1966;
  • alla Squadra Mobile di Palermo dal 1966, prima caposervizio alla Sezione Volanti (diretta da Contrada) fino al 1968, poi alla Sezione Catturandi fino al 1974, poi alla Sezione Investigativa e alla Sezione Antimafia fino al 1981;
  • dal 1981 al 1985 in servizio presso i Commissariati Zisa, Primo Distretto e Palazzo Reale di Palermo;
  • dal 1985 nuovamente alla Sezione Catturandi della Squadra Mobile di Palermo.
Udienza del 3 febbraio 1995.

"Mai il dottore Contrada mi disse di non catturare o di lasciare in pace dei mafiosi. Lavoravamo sodo. Avevamo a disposizione pochi mezzi, ma, grazie ai nostri sacrifici e alla direzione di funzionari come il dottore Contrada, anche soltanto con pochi mezzi facevamo miracoli."


28.

ANTONIO DE LUCA - funzionario della Polizia di Stato

  • in servizio presso la Squadra Mobile di Palermo dal 1968, dove è stato capo della Sezione Omicidi e della Sezione Investigativa;
  • distaccato in seguito presso l'Alto Commissariato Antimafia;
  • capocentro SISDE di Catania nel 1992.
Udienza del 28 ottobre 1994.

"Bruno Contrada e Boris Giuliano per me furono due modelli. (...) I rapporti tra Contrada e Giuliano furono sempre ottimi. Entrambi hanno sempre lavorato in perfetta sinergia. (...) Nonostante negli anni '60 e '70 non esistesse ancora l'articolo 416 bis del Codice Penale, ossia l'associazione a delinquere di stampo mafioso, Contrada, come anche il capitano dei Carabinieri Giuseppe Russo, amavano usare, nei loro rapporti riguardanti mafiosi e a proposito del reato di associazione a delinquere, l'espressione 'aggravata dal vincolo mafioso'. (...) Io ho visto alcuni dirigenti della Squadra Mobile far lavorare solo i loro collaboratori e i capi delle varie sezioni, ma Contrada e Giuliano lavoravano soprattutto loro. Erano sempre presenti. (...) Tutti parlavano liberamente davanti a Contrada e si fidavano ciecamente di lui."


29.

CORRADO CATALANO - ispettore della Polizia di Stato

  • in servizio presso la Squadra Mobile di Palermo dal 1970 al 1975, come autista di Boris Giuliano, quindi sottufficiale della Sezione Omicidi e della Sezione Antirapine diretta da Speranza;
  • dal 1975 al 1976 al Commissariato "Libertà" di Palermo;
  • dal 1976 al 1985 nuovamente alla Squadra Mobile di Palermo, alla Sezione Omicidi diretta da Accordino.
Udienza del 20 gennaio 1995.

"Bruno Contrada e Boris Giuliano erano come due fratelli! Lavoravano in perfetta simbiosi e non ebbero mai nessun contrasto. Erano l'invidia di tutti i funzionari. Io lo so perchè ero intimo amico di Giuliano."


30.

FILIPPO PERITORE - funzionario della Polizia di Stato

  • in servizio presso la Squadra Mobile di Ragusa fino al 1978;
  • dal 1978 alla Sezione Volanti della Questura di Palermo;
  • quindi alla Squadra Mobile di Palermo, dapprima alla Sezione Antirapine, quindi alla Sezione Omicidi e infine, come dirigente, alla Sezione Narcotici, fino al 1982;
  • all'epoca del processo, dirigente di un Commissariato a Roma.
Udienza del 24 gennaio 1995.

"Bruno Contrada non mi ha mai chiesto favori per nessun mafioso. Contrada godeva della stima di tutti. Era un punto di riferimento per tutti."


31.

prefetto FAUSTO GIANNI

  • vicedirettore vicario del SISDE dal 2 settembre 1991 al 10 agosto 1992;
  • all'epoca dell'udienza prefetto di L'Aquila.
Udienza del 27 gennaio 1995.

"Facevo parte del gruppo di lavoro di Bruno Contrada al SISDE, insieme ad Emanuele, Splendore, Narracci, Sirleo, al colonnello dei Carabinieri Ruggero (capocentro SISDE di Palermo), a De Luca (capocentro SISDE di Catania) e ad altri. Contrada aveva ricevuto l'incarico di compiere un monitoraggio sulle famiglie mafiose a partire dai Madonia. Quest'incarico gli era stato conferito dal procuratore della Repubblica di Caltanissetta Giovanni Tinebra e veniva svolto in collaborazione con la Procura nissena e con quella di Palermo. Bruno Contrada fu uno stimolo per tutti al SISDE nello svolgere operazioni contro la mafia. Contrada non ha mai dato a nessuno motivi per dubitare della sua lealtà."


SALVO GIORGIO

Tuesday, May 15, 2007

FRASI CELEBRI



1. GIACOMO RIINA
, zio del boss Totò Riina, in un'intervista a Cristiano Lovatelli Ravarino:

"La Mafia? Se esistesse - e di questo nulla sacciu ("so", nda) - se dànno miliardi e libertà ai pentiti invece di farci la spremuta... e mettono in galera il dottore Contrada che ci ha stracciato la minchia come nessun altro per trent’anni… ha di sicuro vinto! E, d’altronde, dottore… cori forti consuma la cattiva sorti (chi è coraggioso stanca la fortuna, nda).”

2. FRANCESCO COSSIGA, presidente emerito della Repubblica, in una lettera all'avvocato Giuseppe Lipera, nominato proprio difensore da Bruno Contrada il 17 dicembre 2007:

"Conservo il miglior ricordo di Contrada. Le sarò grato, avvocato, se vorrà far pervenire al dottore Contrada i miei immutati sentimenti di amicizia e solidarietà."


3. FILIPPO MANCUSO, deputato di Forza Italia ed ex-ministro di Grazia e Giustizia, nel corso della trasmissione televisiva Fenomeni, condotta su RAI 2 da Piero Chiambretti nel 1999:

"I pentiti non sono tutti stonati. Taluni sono stati veritieri, altri sono stati fonte di tormento per cittadini, in questo aiutati o dall'imperizia o dalla malafede di chi li indagava e talvolta di chi li ispirava."


4. BRUNO CONTRADA, da un'intervista a Gian Marco Chiocci pubblicata su Il Giornale del 27 febbraio 2006, all'indomani della sua seconda condanna in appello:

"Caro Gioacchino
(l'avvocato Sbacchi, nda), caro Piero (l'avvocato Milio, nda), a questo punto io non ho alcuna fiducia nell’ennesimo ricorso in Cassazione. Facciamolo, certo, ma vedrete che si ripeterà la storia dell’altra volta, quando ordinarono un nuovo processo nonostante l’assoluzione scontata chiesta dal procuratore generale. Ricordate? Centinaia di pagine di motivazioni ricopiando, pari pari, la sentenza di primo grado senza nemmeno una riga della difesa. Ecco perché non credo più in questa giustizia. A questo punto mi restano due sole cose da fare... Non avendo più nulla da perdere mi restano due opzioni: un colpo di rivoltella alla testa o la battaglia. Bene, deludo gli avvoltoi che mi vorrebbero al camposanto e inizio sin da ora a combattere, ma fuori dai tribunali! Voglio far conoscere a tutti questo processo kafkiano, indecente, assurdo, pazzesco, dove i pentiti che resuscitano i morti per accusarmi valgono più degli onesti vivi che li smentiscono. Non c’è difesa contro questa giustizia. E non parlo solo di me, un pensiero adesso va al caro Ignazio (D'Antone, suo ex-braccio destro, nda), condannato nello stesso modo: attraverso le bugie di criminali patentati. Povero Ignazio, un onest'uomo in cella, lo sapete, no?, non può nemmeno dormire sdraiato perché soffre di dolori pazzeschi alla schiena. Hanno condannato me per condannare lui, e viceversa.

Sbaglio, avvocati? Ditemi se sbaglio! Come ci si difende da processi così, da assassini che per convenienza si pentono, guadagnano la libertà e vengono pure stipendiati dallo Stato? Non ce n’è uno di questi signori che sia stato condannato per calunnia di fronte a menzogne riscontrate. Nemmeno quel Giuseppe Giuga di Catania che ha confessato d’aver accusato falsamente il sottoscritto perché così gli aveva suggerito un altro collaboratore di giustizia. Se i pentiti dicono minchiate, vengono smentiti dalle prove o sconfessati dai testi, passi. Se io non ricordo esattamente cosa ho fatto il pomeriggio di un giorno di marzo di vent’anni fa, finisco in croce. Tutti mi dicono la stessa cosa: è una vergogna. Voglio combattere senza star dietro a ciò che in queste ore mi sta arrivando all’orecchio. Veleni, insinuazioni, coincidenze.
Io so solo che mi hanno arrestato mentre stavo per prendere Provenzano, condannato mentre si riparla di istituzioni 'deviate' per l’agenda scomparsa di Borsellino, distrutto definitivamente perché sennò crollava la procura di Palermo che da un po’ di tempo ha trovato, nella Corte d’Appello, una sponda che le raddrizza i processi eccellenti. Non voglio fare come Andreotti o Mori, che dopo l’assoluzione hanno smesso di combattere i loro detrattori. Io adesso vado fino in fondo. Farò i nomi dei pupari, stanerò chi tira i fili perché è ora di interrompere le infinite repliche di questo inguardabile teatrino."


5. BRUNO CONTRADA, da un'intervista a Gian Marco Chiocci pubblicata su Il Giornale del 23 febbraio 2006:

"La DIA (Direzione Investigativa Antimafia, nda), che nasceva in quel tempo come corpo di polizia alle dipendenze delle procure antimafia, non gradiva il fatto che mi ero impegnato a creare una branca, nel SISDE, dedicata specificatamente a Cosa nostra. La DIA si è specializzata nella gestione di determinati pentiti. Prendiamo Giuseppe Marchese, arrestato nel 1982, a cui, dopo dieci anni di galera, con ergastoli definitivi, si prospetta di uscire purchè si dichiari disposto a collaborare con la giustizia. Lui accetta subito. E nel giro di un mese, dall'ottobre al novembre del 1992, cambia versione su un fatto confermato da altri pentiti come Brusca e Di Maggio. E cioè che non era vero che Riina scappò dal covo perché la cosca avversa l'aveva individuato, ma perché io avevo spifferato a Riina che la Polizia stava per fare una perquisizione che, s'è scoperto poi, non c'è mai stata. Ecco, il mio processo è costellato di pentiti così. C'è Mannoia, che tace per 5 anni e poi, improvvisamente, si ricorda di me. C'è Spatola, le cui dichiarazioni servono per arrestarmi, che poi ritratta e racconta di come gli investigatori facevano incontrare i pentiti per concordare le accuse. C'è Cangemi, che afferma che sono un accanito giocatore d'azzardo, quando cento testimoni lo smentiscono..."


6. BRUNO CONTRADA ai giudici della Corte d'Appello di Palermo, prima della seconda sentenza d'appello che, nel 2006, ha confermato la condanna in primo grado a 10 anni di carcere:

"Sono vecchio, malato, sfiancato da 14 anni di calvario. Non mi importa di morire a casa oppure in cella, chiedo solo a questo Stato di restituirmi l'onore."


7. VINCENZO PARISI, ex-Capo della Polizia, in udienza al processo Contrada, in qualità di testimone della difesa:

"Bruno Contrada è un investigatore straordinario. Il suo è un curriculum brillantissimo ed egli ha dimostrato una conoscenza straordinariamente approfondita del fenomeno mafioso, di cui è una memoria storica eccezionale, e per questo ha ricevuto 33 elogi dall'amministrazione e dalla magistratura... Bisogna far luce su eventuali interessi e su eventuali corvi che hanno ispirato ai “pentiti” le dichiarazioni contro Contrada. È quantomeno strano che soltanto dieci anni dopo vengano rivelati fatti di cui i “pentiti” sarebbero stati a conoscenza da tanto tempo, a meno che non li abbiano appresi dopo da chi ha voluto ispirarli. Perché i 'pentiti' parlano solo ora, e chi li manovra? Io vedo un pericolo per la democrazia..."


8. ADRIANA CONTRADA, moglie di Bruno Contrada, la sera del 13 giugno 1995, giorno del ricovero dell'ex-capo della Squadra Mobile e della Criminalpol di Palermo all'Ospedale Civico di Palermo dopo il malore che lo aveva colpito in udienza la mattina:

"Caino, sia maledetto Caino... Caino è un collega di mio marito... È lui che ha voluto che Bruno finisse in galera... È qualcuno che ha capito che la Sicilia poteva essere usata come trampolino di lancio per fare carriera... Quando mio marito e Boris Giuliano lottavano veramente contro la mafia, c'è stato qualcuno che ha intuito che da qui, in Sicilia, poteva raccogliere gloria e potere... Bastava usare la Sicilia e l'antimafia come uno sgabello e salirci sopra... Ma non ha trovato il campo libero perché c'era Bruno Contrada che era più avanti nei ruoli... Doveva eliminarlo... Questo Caino era in grado di sfornare contro mio marito un “pentito” al giorno... e lo fa ancora..."



9. ANTONIO DE LUCA, funzionario di Polizia per anni in servizio a Palermo alle dipendenze di Bruno Contrada, udienza del 28 ottobre 1994:

"Bruno Contrada, all'epoca capo di gabinetto dell'Alto Commissario Antimafia Emanuele De Francesco, fu informato dell'arresto di Gaetano Badalamenti in Spagna. Quell'operazione la condussi io e non ci furono interferenze di Contrada nè in questa nè in altre indagini."

"Falcone mi consegnò i mandati di cattura per i cugini Nino e Ignazio Salvo una domenica mattina a casa mia: c'erano anche Vincenzo Pajno, allora procuratore della Repubblica di Palermo, e i sostituti procuratori Geraci e Signorino. Pajno mi disse di non informare di nulla i miei vertici, ma io gli risposi che dovevo farlo e dovevo informare anche i Carabinieri e la Guardia di Finanza, che erano interessati ai Salvo. I miei "vertici" erano il questore, il capo della Squadra Mobile Ignazio D'Antone e l'Alto Commissario Antimafia Emanuele De Francesco insieme al suo capo di gabinetto Bruno Contrada. Io li informai lo stesso e l'indomani mattina, lunedì, i Salvo furono arrestati regolarmente."

De Luca parla anche di una lettera anonima che riguardava Contrada e pervenne nel settembre 1985 all'Alto Commissariato Antimafia diretto da Riccardo Boccia:

"Boccia mi chiese un parere e io gli dissi senza mezzi termini: 'sono baggianate'."

Questo per dire che, in un periodo in cui l'invio di lettere anonime per screditare questo o quel personaggio pubblico era diventato quasi un costume perverso, spesso senza fondamento, nessuno, fra le istituzioni, dava realmente peso agli ignoti scrittori e pseudo-delatori in quanto tali. Come del resto, senza alcuna prova a suffragio, è giusto che sia. Quando si tratta della reputazione, dell'onestà e della libertà di un individuo, non si può ridurre tutto al gossip...



10. BRUNO CONTRADA
, intervistato nel carcere di Santa Maria Capua Vetere da Gianluigi Nuzzi, inviato di Panorama:


Dopo i pentiti e i giudici di Palermo, ora l’accusano anche i parenti delle vittime di mafia. Tutti contro la sola ipotesi di grazia.

"Le dichiarazioni negative provengono da persone che non hanno alcuna conoscenza dei fatti che hanno portato alla mia vicenda giudiziaria, che ormai data a 16 anni fa. Parlo di Rita Borsellino, a maggior ragione della vedova del consigliere Antonino Caponnetto, che forse nemmeno sapeva chi era Contrada. Bisognerebbe che altri parlassero."

Cioè?

"Non capisco perché i Borsellino ce l’abbiano con me. Chiedano ai familiari di Rocco Chinnici, mio amico, e del collega Boris Giuliano, ucciso nel 1979 dalla mafia. Lui per me non era un amico, ma un fratello. Per 16 anni abbiamo lavorato giorno e notte insieme, gomito a gomito. Ed è proprio a Borsellino che presentai il mio rapporto indicando i nomi degli assassini. Forse questo i parenti di Borsellino non lo sanno. Paolo Borsellino lo lesse e lo fece proprio apprezzando tra l’altro il fatto che io non essendo più alla polizia giudiziaria non ero tenuto a redigerlo."

I familiari di Borsellino replicano sostenendo che con il giudice non eravate amici, né lei era un suo collaboratore.

"Non avevamo rapporti privati d’amicizia, ma ottimi rapporti professionali quando lui era giudice istruttore a Palermo e io capo della Criminalpol. Quando il 7 febbraio 1981 gli arriva sul tavolo il mio rapporto sull’omicidio Giuliano, dispone subito 15 o 20 mandati di cattura dei 35 mafiosi che io denunciavo nell’atto e che costituivano lo zoccolo duro dei corleonesi. Tra questi ben sei appartenenti alla famiglia Marchese, ovvero padre, zii e cugini di quel Giuseppe Marchese che poi fu uno dei primi pentiti ad accusarmi. Nel mandato di cattura sempre Borsellino indica come accusa anche le minacce di morte nei miei confronti."

Come al processo, anche oggi il suo caso divide. Tra i familiari, in diversi l’hanno difesa, come Michele Costa, figlio del procuratore della Repubblica ucciso a Palermo nel 1980.

"Mi sostiene perché sa che l’unico rapporto giudiziario sull’omicidio del padre lo svolsi io per il procuratore capo di Catania. Anche sua madre, Rita Bartoli Costa, icona dell’antimafia in Sicilia, durante il dibattimento attraversò l’aula e venne a stringermi la mano senza guardare in faccia i pubblici ministeri."

Si è anche detto che non bisogna concedere la grazia a un condannato per mafia.

"C’è un principio che stabilisce che i cittadini sono tutti uguali di fronte allo Stato, non vedo perché non si possa concedere la grazia a chi è stato condannato per mafia. Io la accetterei, sempre se non fosse presentata dai miei parenti, perché avrebbe comunque un significato diverso dalla concessione di un beneficio. L’accetterei come esito di una valutazione di dovuto atto riparatorio a fronte di una grave ingiustizia subita. Io voglio una riparazione da parte dello Stato perché non ho commesso nemmeno gli estremi integranti la violazione del Codice della Strada."

Insomma, innocente su tutta la linea.

"Io non mi considero innocente perché lego sempre questa parola ai bambini o gli do un significato religioso. Io sono 'non colpevole' oppure estraneo ai fatti che mi sono addebitati. Innocente è mio nipote e omonimo Bruno Contrada. Ha 2 anni: dal nonno in eredità riceverà un cognome ripulito dalle accuse più assurde."

Eppure, un esercito di pentiti l’accusa di aver passato notizie essenziali ai mafiosi. Per anni. Li avvisava di blitz, perquisizioni e indagini, facendo sfuggire latitanti come Totò Riina.

"Le accuse dei pentiti sono come palle di neve. Nascono piccole e a valle diventano valanghe, intere montagne. Così un pentito tira l’altro per la cosiddetta convergenza del molteplice, dove la stessa balla se è detta da due pentiti diventa verità. Quando entri in questo meccanismo sei finito. Il primo ad accusarmi è Gaspare Mutolo. Apparteneva alla cosca Partanna Mondello di Rosario Riccobono, che ho perseguito più di ogni altro gruppo."

Tommaso Buscetta sosteneva che era lei a passare le soffiate al boss Riccobono…

"Fra tutti i mafiosi che io ho trattato questa è la cosca che ho combattuto con maggior tenacia. Ho considerato sempre i mafiosi degli avversari, non dei nemici. Ma con la cosca di Riccobono era diverso. Avevano ammazzato un mio giovane collega napoletano, ucciso come un cane durante un servizio antiestorsioni. Era guerra. Ho portato in Corte d’assise Riccobono e Gaspare Mutolo con indagini svolte personalmente. Per poi vederli assolti dall’accusa di associazione mafiosa il 23 aprile 1977 per decisione di un giudice che ritroverò poi a condannarmi sostenendo che ero amico di Riccobono. La verità è un’altra: Contrada era il nemico giurato di Riccobono. Mutolo mi odiava, convinto che avessi dato ordine ai miei uomini di sparargli a vista come poi in effetti, per motivi di servizio, accadde in ben tre occasioni. Odio, nient’altro, ha prodotto il caso Contrada, con gente che si è persino uccisa."

Cioè?

"Oltre me Mutolo ha accusato il pm Domenico Signorino, che condusse le indagini su di lui e che poi si è suicidato. Poi, proprio perché era necessaria la convergenza del molteplice, spunta Pino Marchese. Per capire chi è Marchese basti sapere che ha ammazzato un compagno di cella all’Ucciardone, a colpi di bistecchiera in testa. Marchese è quello che parla della mia presunta soffiata a Riina. Ma cambia versione: prima dice che Riina aveva lasciato il suo nascondiglio, la villa di Borgo Molara, perché temeva agguati nella guerra di mafia, poi cambia versione e dice che fui io ad avvisare."

Secondo lei perché cambia versione?

"C’era un suggeritore."

E chi era?

"Marchese era gestito dalla DIA."

È un’accusa grave, Contrada.

"La mia storia è tutta così. Prendete un altro pentito, Francesco Marino Mannoia. Nell’aprile del 1993 parte lo staff della DDA di Palermo, Gian Carlo Caselli e altri pm, alla volta di New York per interrogare Mannoia sull’omicidio di Salvo Lima. Gli chiedono se ha qualcosa da dire su 'Contrada, capo della polizia giudiziaria di Palermo'. Mannoia risponde che sa soltanto che Contrada era un funzionario di polizia e che non ha altro da aggiungere."

Poco dopo Mannoia venne interrogato anche sulle stragi.

"Sì, da Giovanni Tinebra e i suoi pm che raggiungono gli Usa per sentire l’oracolo di Delfi. Poi gli chiedono di Contrada ma Mannoia dice che non gli risulta che avessi rapporti con loro. Bisogna aspettare il gennaio 1994 quando, poco prima del decreto di rinvio a giudizio, Mannoia decide di confermare le accuse degli altri pentiti, in concomitanza con il pagamento dello stipendio. Ma se si è pentito nel 1988, come mai mi accusa solo nel 1994? E quando gli vengono rivolte domande specifiche sul mio conto, perché tace? Come poteva dimenticarsi che il capo della polizia giudiziaria, non proprio l’ultimo poliziotto di Palermo, è colluso con Cosa nostra? Sa come spiegò la cosa in aula? 'Non parlai a Caselli perché ero stanco e li mandai a fare in c…'. Questi sono i pentiti. Spesso portatori di menzogne. Spesso manovrati."

Lei accusa la DIA perché furono proprio gli uomini di Gianni De Gennaro a raccogliere le prove contro di lei?

"No, dico solo che la DIA era agli inizi della sua formazione andando a sovrapporsi con il SISDE dove lavoravo."

Perché?

"La DIA nacque proprio nel momento in cui il SISDE, tramite il sottoscritto, stava attivando un processo di riconversione delle funzioni, all’epoca quasi esclusive, di antiterrorismo politico in funzioni di anticriminalità organizzata. Su sollecitazione del governo si avviò un programma di riconversione parziale. Io, essendo l’unico alto in grado con esperienza di lotta alla mafia, dovevo costituire dei nuclei anticrimine nei centri SISDE del Sud Italia: Palermo, Catania, Bari, Napoli, Reggio Calabria. Avevo costituito anche un gruppo di lavoro per la cattura di Bernardo Provenzano… Insomma, questa riorganizzazione andava a coincidere con la nascita della Dia che aveva proprio le stesse funzioni specifiche."

Quindi ci fu uno scontro tra lei e De Gennaro, come vogliono i suoi difensori?

"Non ci fu alcuna questione personale. Con lui ebbi pochissimi rapporti di lavoro quando ero a Palermo e lui a Roma, entrambi a capo delle rispettive squadre mobili. Ma non è stata una lotta di persone quanto di organismi. Con De Gennaro io non ho mai avuto nulla da ridire, né lui ha mai detto niente contro di me."

Erano comunque modi diversi di indagare. Quando lei svolgeva inchieste, non c’erano i collaboratori di giustizia e venivano effettuate pochissime intercettazioni…

"Per fare antimafia bisognava avere i confidenti. I pentiti dicono che mi incontravo nei ristoranti con i mafiosi, quando invece vedevo le mie fonti nei posti più impensabili come al cimitero di Ficarazzi tra Villabate e Bagheria, dove per paura nemmeno le coppiette andavano ad appartarsi. Ma ho sempre applicato un principio non seguito da colleghi di valore anche caduti come Nini Russo: non si potevano stabilire rapporti con i capi dei mandamenti. I rischi di finire ammazzato o strumentalizzato erano troppo alti. Così avevo confidenti border line, come il cognato di Mutolo, che pur non appartenente alla cosca conosceva i retroscena. Infatti fu lui ad avvisarmi che i due avevano deciso di ammazzarmi."

Però i collaboratori di giustizia sono stati fondamentali nella lotta alla mafia.

"Infatti non è un problema di pentiti, ma di chi ne ha manovrati in qualche occasione. E poi, per dirla tutta, le prime dichiarazioni di un pentito di mafia le ho raccolte proprio io nel lontano 1973. Erano quelle di Leonardo Vitale, che venne poi ucciso nel 1984."

Ci permettiamo di aggiungere un piccolo commento.
Il film dedicato al primo, storico e spesso misconosciuto "pentito" della storia della mafia siciliana, uno strano personaggio al limite del mistico di cui parliamo in altra parte del libro, parla di un poliziotto che fu il primo destinatario delle sue dichiarazioni. Quel poliziotto era appunto Bruno Contrada: e va da sè che, se Vitale o chi per lui avesse avuto notizia o anche un semplice sentore di una contiguità di Contrada con le cosche, non avrebbe certo chiesto esplicitamente di parlare con lui. Invece lo fece. Ma il sopracitato film non identifica quel poliziotto, non dice nè fa capire in alcun modo che si trattava di Bruno Contrada. Un altro film, invece, ossia Giovanni Falcone di Giuseppe Ferrara, basandosi soltanto sull'atto di accusa a Contrada e ancor prima di avere un sia pur blando e inconsistente conforto da una qualsivoglia sentenza passata in giudicato, aveva inserito, e in pessima luce, il nome dello stesso Contrada. Soltanto la querela dell'ex-capo della Squadra Mobile e della Criminalpol di Palermo aveva impedito che il nome fosse citato e aveva fatto sì che quel personaggio fosse definito semplicemente "il dottore": ma la scelta dell'attore e il trucco di scena non lasciavano dubbi su chi fosse quel "dottore". Anche il conclamato sceneggiato televisivo Il Capo dei Capi, sulla vita e la "carriera" di Totò Riina, "evento televisivo" del quale (al di là dell'indubbia bravura degli attori e della valenza artistica in sè) non si sarebbe certo sentita la mancanza, visto che ogni passaggio televisivo si tramuta, purtroppo, di per sè (anche se le intenzioni degli autori non erano certamente queste) in una fatale "celebrazione" del protagonista presso un pubblico televisivo imbelle e abituato ad "Amici", "Grandi Fratelli" e piattezze del genere, anche quello sceneggiato, si diceva, parla di Bruno Contrada. Ma non nel senso di riferire le operazioni che quest'ultimo compì con successo contro la mafia (urge ricordare ancora una volta che Contrada è il poliziotto che detiene il primato circa il numero di mafiosi arrestati), bensì ancora una volta in senso dispregiativo e denigratorio.
"C'è una sentenza definitiva di condanna", obietteranno gli autori. Certo, anche se c'è sempre la possibilità dell'errore giudiziario, obiettiamo umilmente noi. Ma il fatto che rimane davanti agli occhi di tutti è che, quando c'è da parlare di Contrada in senso positivo, non lo si fa, non esitando, al contrario, neppure un istante quando si tratta di mettere alla gogna l'uomo che che ha ricevuto 65 riconoscimenti (tra cui 1 attestato di merito speciale), 14 encomi (tra cui uno della DEA, l'agenzia antidroga statunitense), 7 elogi della magistratura e 50 riconoscimenti da parte del SISDE, l'uomo che fu il primo a segnalare Stefano Bontade come mafioso, che arrestò Gaspare Mutolo, che inchiodò gli assassini di Boris Giuliano, che intuì per primo l'ascesa dei "corleonesi", che fu ad un passo dalla cattura di Bernardo Provenzano prima di essere arrestato a sua volta, che per primo comprese la matrice mafiosa dietro l'omicidio del presidente della Regione Siciliana Piersanti Mattarella quando tutti pensavano ad un delitto di stampo terroristico.
Altro che par condicio...


11. CALOGERO BUSCEMI, sottufficiale di Polizia in servizio alla Squadra Mobile di Palermo dal 1962 al 1965, alla Criminalpol palermitana dal 1965 al 1967, quindi a Nuoro dal 1967 al 1968, ancora alla Squadra Mobile di Palermo nel 1968 e dal 1969 in servizio permanente ancora alla Criminalpol di Palermo, dichiara nell'udienza del 20 gennaio 1995:

CALOGERO BUSCEMI - "Se qualcuno avesse parlato male del dottore Contrada, avrei chiesto il trasferimento."


12. FRANCESCO SIRLEO, dirigente superiore della Polizia di Stato e funzionario del SISDE, dichiara nell'udienza del 27 gennaio 1995:

"
Mai avuto sospetti su Bruno Contrada. Anzi, lui era animato da sacro furore contro la mafia e anche in genere, e ha sempre dimostrato un entusiasmo notevole."



SALVO GIORGIO