Wednesday, May 23, 2007

CHI HA DIFESO BRUNO CONTRADA




Come abbiamo già evidenziato, moltissimi sono stati gli uomini delle istituzioni che non hanno esitato ad accorrere in aula per difendere Bruno Contrada. Centinaia tra prefetti, questori, generali, colonnelli e alti ufficiali dei Carabinieri e della Guardia di Finanza, magistrati, ministri, direttori del SISDE, ex-Alti Commissari per la lotta alla mafia, ufficiali, brigadieri ed agenti di Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza.
Di quanto costoro hanno detto si è sempre parlato poco. Troppo poco. Il PM Ingroia ha addirittura lasciato intendere, in requisitoria, che lui si aspettava questa difesa compatta di Contrada da parte di dipendenti, colleghi e superiori, e ciò per vari motivi che Ingroia stesso ritiene validi: anzitutto per una sorta di solidarietà di casta; in secondo luogo, perchè, a detta dello stesso Ingroia, molti di coloro che hanno difeso l'ex-capo della Mobile e della Criminalpol di Palermo non potevano essere a conoscenza delle losche trame tessute da questo fenomenale doppiogiochista che l'accusa vuole che Contrada sia stato perchè alcuni di essi "erano lontani da Palermo", altri "ricoprivano ruoli più marginali", altri ancora sono caduti ingenuamente nella clamorosa rete di inganni tessuta dall'imputato, e i rimanenti, magari, gli hanno tenuto il gioco intimiditi da una sorta di timore reverenziale o da chissà cos'altro. Dunque, secondo Ingroia, Contrada sarebbe stato talmente diabolico da turlupinare tutti coloro che lavoravano con lui e anche i suoi superiori: va da sè, seguendo quest'impostazione dell'accusa, che dobbiamo concludere che la nostra sicurezza è stata affidata per circa quarant'anni a persone che, se non proprio necessariamente collusi con mafiosi e criminali, nella migliore delle ipotesi erano un branco di incompetenti, ciechi, sordi e conigli...

Lascerò che sia il lettore a giudicare. Mi limito a riportare alcune significative dichiarazioni testualmente rese in udienza durante il processo di primo grado, certi che le parole di questi uomini delle istituzioni (i cui nomi sono spesso famosi e che hanno dimostrato sul campo di essere tutt'altro che incompetenti o vigliacchi) e i fatti incontrovertibili da essi addotti (pur non essendo serviti a convincere i giudici, che alla fine hanno voluto dare ragione ai pentiti e alle loro accuse vaghe e non circostanziate), serviranno meglio di ogni altra cosa a dare al lettore l'idea di quanto assurdo e kafkiano sia stato questo processo. E, soprattutto, forniranno a chi avrà la pazienza di leggerle quella stessa immagine di Bruno Contrada leale servitore dello Stato che hanno dato a noi che le abbiamo ascoltate dal vivo durante le udienze.

Ma prima di passare in rassegna le parole e le emozioni di colleghi che hanno lavorato con Contrada e condiviso con lui rischi e successi nella lotta alla mafia, è importante ascoltare anche quanto detto da altre persone, che certamente si trovano in una situazione molto particolare. Tristissima. Mi riferisco ai parenti di alcune vittime illustri della mafia. Si sappia, infatti, che non tutti i congiunti di chi è caduto davanti al fuoco assassino di Cosa Nostra si sono schierati acriticamente contro Bruno Contrada (non rendendosi conto, peraltro, del fatto che, così facendo, si schieravano automaticamente contro quello Stato che i loro stessi congiunti caduti avevano servito con lealtà). Se Rita e Salvatore Borsellino, fratelli del giudice Paolo, o i parenti delle vittime della strage fiorentina di Via de' Georgofili hanno reagito sul piano puramente istintivo in quanto inconsapevolmente indotti ad incarnare in Bruno Contrada il simbolo di quella corruzione che ha portato alla morte dei loro cari (inconsapevolmente, certo: ma hanno parlato, e male, senza aver mai seguito una sola udienza del processo, dove, proprio riguardo alla strage di Via D’Amelio e a quella di Firenze, né i magistrati né i collaboratori di giustizia hanno mai accusato Contrada di nulla), se la vedova di Ninni Cassarà ha detto in udienza delle cose che non sono state mai provate ma sono state accolte dalla Corte solo sulla base di una strana quanto improbabile onda emotiva, c'è, invece, chi il processo Contrada lo ha seguito, lo conosce e ha parlato adducendo dei fatti e degli argomenti di ben altro spessore. Ma, non si sa in virtù di quale apocalittico meccanismo, le loro parole sono state come accantonate, quanto meno messe in secondo piano. Se il fratello e la sorella di Borsellino hanno soltanto parlato, e non certo all'interno del processo, di presunte diffidenze di quest'ultimo nei confronti di Contrada (la solita storia: si mette in bocca ai morti, che non possono replicare, qualcosa di vago: una diffidenza, una sfiducia, parole riferite per un presunto sentito dire e peraltro smentite da atti scritti ed ufficiali che sono stati acquisiti nel fascicolo processuale), se la vedova Cassarà ha soltanto detto di ricordare che suo marito diffidava di Contrada (anche Ninni Cassarà, da morto, non può smentire: ma la smentita arriva dai tanti colleghi che hanno lavorato con lui e con Contrada), di ben altro segno e valenza appaiono le parole della vedova del commissario Beppe Montana (che ha conosciuto Contrada ed è stata da lui aiutata personalmente dopo la morte del marito), della vedova di Boris Giuliano (che ha difeso senza mezzi termini quel Bruno Contrada che era considerato, e a ragione, un corpo e un'anima con il marito ucciso) e del figlio e della vedova del giudice Costa. E noi cominciamo proprio da questi ultimi.


1.

MICHELE COSTA

Avvocato e figlio del procuratore capo della Repubblica di Palermo, Gaetano Costa, assassinato dalla mafia a Palermo nel 1980. Su quest'omicidio Bruno Contrada indagò e redasse un rapporto che inviò al procuratore della Repubblica di Catania, competente per le indagini. Michele Costa ha sempre difeso Bruno Contrada. Il 27 dicembre 2007 ribadisce le sue ferme convinzioni sull'innocenza dell'ex-capo della Squadra Mobile e della Criminalpol di Palermo in un'intervista rilasciata a Felice Cavallaro del Corriere della Sera. La riportiamo integralmente:

Palermo - “Parlano senza sapere. Si oppongono alla grazia per Bruno Contrada ignorando che il provvedimento del capo dello Stato non smentisce la sentenza di condanna”.
Si rivolge direttamente a Rita Borsellino l’avvocato Michele Costa, un amministrativista orfano del procuratore della Repubblica ucciso a Palermo nel 1980 e di Rita Bartoli, una colonna dell’antimafia in Sicilia, eletta dopo il sacrificio del marito deputato del Partito comunista, testimone eccellente al processo Contrada dove difese il superpoliziotto da ogni accusa.
“La Borsellino, come la figlia di Scopelliti o la vedova di Caponnetto parlano confondendo il piano umanitario con quello giudiziario. Mentre per principio la grazia non smentisce la sentenza”.

FELICE CAVALLARO - "Ma lei è scettico anche sulla condanna?"

MICHELE COSTA - “Altro caposaldo di diritto è che una sentenza passata in giudicato rappresenti la verità. Ciò non significa però che i verdetti, scritti dagli uomini, non possano essere a volte sbagliati. E in questo caso esistono nodi essenziali che i giudici non hanno saputo né potuto sciogliere.”

FELICE CAVALLARO - "Il più aggrovigliato?"

MICHELE COSTA - “L’ipotesi non dimostrata che, fino ad una certa data, Bruno Contrada era un eccellente poliziotto, improvvisamente colluso con la mafia. Tutto senza un’apparente ragione.”

FELICE CAVALLARO - "Sono le accuse dei pentiti."

MICHELE COSTA - “Parole, non fatti. Mentre quasi tutti gli inquirenti che con lui hanno lavorato anche ad altissimo livello hanno escluso ogni dubbio sui suoi comportamenti.”

FELICE CAVALLARO - "Vede che parlando di 'grazia' si scivola sui contenuti del processo?"

MICHELE COSTA - “La grazia verrà concessa o meno senza incidere sulla sentenza. Anzi, paradossalmente confermandone il contenuto."

FELICE CAVALLARO - "E lei dice per questo che la Borsellino sbaglia…"

MICHELE COSTA - “Sbaglia soprattutto nell’emettere giudizi così duri su una vicenda che ha creato tanti dubbi in tante persone che il processo hanno seguito e conoscono bene.”

FELICE CAVALLARO - "Conferma la fiducia espressa da sua madre per Contrada?"

MICHELE COSTA - “Pienamente. Alcune delle più importanti inchieste di cui si era occupato mio padre erano il frutto del lavoro di Contrada. Il rapporto redatto sull’omicidio di mio padre e fatto proprio sia dai Carabinieri sia dalla Guardia di Finanza era tanto completo e fondato da essere stato confermato dieci anni dopo dalla Corte di Assise di Catania.”

FELICE CAVALLARO - "Eppure, resiste anche fra alcuni familiari di vittime di mafia la macchia di un personaggio obliquo, capace di fare il doppiogioco, addirittura di tradire colleghi come Boris Giuliano."

MICHELE COSTA - “Questa è la menzogna più grande che si sia potuta sentire in Sicilia. Come ben sanno la moglie e i figli di Giuliano. Dai quali mai è venuta una parola contro Bruno Contrada."

FELICE CAVALLARO - "Altri picchiano duro."

MICHELE COSTA - “Tanti parlano senza sapere niente di niente, orecchiando le declamazioni di qualche oratore di un’antimafia carica di retorica. Né l’essere figlio, fratello o sorella di un giudice o di un poliziotto assassinati dà titolo per capire, sapere o giudicare su tutto. Al contrario, bisogna tirare fuori fatti concreti. Come l’inchiesta sul delitto di mio padre. Fatta da Contrada in un contesto dove altri tentavano di minimizzare la causale dell’omicidio riducendola alla bravata di un bamboccio. E questo comportamento allora e oggi io ritengo non possa essere neppure sospettato di essere l’atteggiamento di un poliziotto colluso.”.

2.

RITA BARTOLI COSTA

Più che riportare dichiarazioni, qui si tratta di riferire un episodio. Significativo. Importante. Emblematico. Rita Bartoli, vedova del procuratore Costa, divenne nel corso degli anni una vera e propria icona dell'antimafia in Sicilia. Si impegnò sempre strenuamente non solo a tener vivo il ricordo del marito, ma anche e soprattutto a dare un determinante impulso per tenere viva l'attenzione sul fenomeno mafioso. Il suo fu un esempio fulgido. Durante il processo di primo grado a carico di Bruno Contrada, Rita Bartoli, e questa è una scena che teniamo scolpita nella memoria a caratteri di fuoco tutti coloro che eravamo presenti in quel momento, attraversa l'aula e, senza degnare di uno sguardo i due pubblici ministeri, va a stringere calorosamente ed affettuosamente la mano all'imputato Bruno Contrada.

3.

prefetto RICCARDO BOCCIA

  • Prefetto di Napoli;
  • Prefetto di Bologna;
  • Alto Commissario per la lotta alla mafia dal 1985 al 1987.
Udienza del 24 gennaio 1995.

"Bruno Contrada non era un corrotto. E che, allora me lo sarei tenuto all'Alto Commissariato Antimafia?"

“Il comportamento del dottor Contrada è sempre stato improntato alla più assoluta lealtà verso le istituzioni. Io ho sempre avuto la massima fiducia in lui perchè era estremamente corretto."

"Io ero intimo e frequentatore dei magistrati protagonisti della lotta alla mafia, i Falcone, i Borsellino, i Caponnetto, gli Sciacchitano, gli Ayala, i Pajno… e mai, MAI, mi avanzarono il benchè minimo sospetto su Contrada. Mai nei confronti di Bruno Contrada emerse il più piccolo dubbio, il più vago sospetto, il più impercettibile sentore!"

"Conobbi Contrada quando mi insediai all'Alto Commissariato Antimafia a Roma e dovetti andare a Trapani per l'attentato al giudice Carlo Palermo. Fu Contrada ad organizzarmi il viaggio, lui era ancora a Palermo nell'àmbito dell'Alto Commissariato Antimafia come capo di gabinetto del prefetto Emanuele De Francesco. De Francesco mi aveva parlato benissimo di Contrada. Contrada aveva ottime credenziali ad alto livello ed io lo confermai capo di gabinetto fino al dicembre 1985. In questo lasso di tempo non ho mai avuto sospetti su Contrada, che gestiva perfettamente l'ufficio dell'Alto Commissariato da Palermo mentre io ero a Roma e venivo a Palermo due volte alla settimana. Era Contrada a dirigere l'ufficio e lo faceva benissimo, non ho mai avuto sospetti su di lui."

"Nessuno mi ha mai parlato male di Contrada, nè giudici palermitani, nè capi del SISDE, nè poliziotti palermitani, nè carabinieri palermitani, nessuno. Contrada godeva di ottima reputazione."


4.

Generale ANTONIO SUBRANNI

  • Dal 1972 al 1977 comandante della Compagnia dei Carabinieri di San Lorenzo, a Palermo;
  • dal 1977 al 1979 capo del Nucleo Investigativo dei Carabinieri di Palermo;
  • dal 1980 al 1986 capo del Nucleo Investigativo dei Carabinieri di Lecce;
  • dal 1986 nuovamente a Palermo;
  • nel 1990 è stato il fondatore e il primo comandante del ROS (Raggruppamento Operativo Speciale dei Carabinieri).

Udienza del 16 febbraio 1995.

"Bruno Contrada non è mai stato un corrotto! Non sia mai detta una cosa simile! Bruno Contrada era uno che svettava, così come Boris Giuliano e il tenente colonnello Giuseppe Russo!"

"Contrada non ha mai favorito alcun mafioso! Non ho mai avuto sollecitazioni da Contrada a favore di mafiosi! No, no, no e no!"


"Contrada non è mai stato amico di Rosario Riccobono! Assolutamente no!
Quando comandavo la Compagnia di San Lorenzo, facemmo più volte spasmodiche ricerche di Rosario Riccobono in piena collaborazione con Contrada e i suoi uomini della Squadra Mobile. Le facemmo anche quando, nel 1977, passai a comandare il Nucleo Investigativo: anche allora le ricerche di Riccobono furono effettuate con la piena collaborazione di Contrada, passato a dirigere la Criminalpol di Palermo."

"Nessun magistrato ha mai sospettato di Bruno Contrada."

"A reati come l'omicidio di Boris Giuliano o del tenente colonnello Giuseppe Russo si reagisce fuori dall'ordinario, proprio perchè toccano uno di noi. Ci si dannava l'anima tutti quanti, primo fra tutti il dottore Contrada! Il ritmo era frenetico! Ma quale rallentamento!
(E qui, ricordo che il generale Subranni si scaldò notevolmente, nda) L'attività di tutti noi, ma soprattutto di Contrada, fu talmente frenetica ed efficace che lo stesso Contrada stilò un dettagliato rapporto di denuncia che inchiodava mandanti ed esecutori del delitto Giuliano.
Contrada si era dedicato, con altrettanto fervore, ad indagini che condussero ad un rapporto, da lui firmato, sul gruppo mafioso Spatola-Inzerillo, rapporto che fu presentato al procuratore capo della Repubblica di Palermo, dottor Gaetano Costa. Dopo l'arresto di Vincenzo Spatola, ricordo che io e Contrada partimmo insieme per Roma, per partecipare ad una riunione di servizio con i giudici Ferdinando Imposimato e Domenico Sica."

"Nel 1977 il generale Dalla Chiesa torna a Palermo per la riforma delle carceri. Pensa sùbito di costituire un gruppo interforze con Polizia e Guardia di Finanza. Di questo gruppo vuole assolutamente che faccia parte il dottore Contrada, di cui Dalla Chiesa si è sempre fidato ciecamente, e mi incarica di interpellarlo. Contrada si dichiara immediatamente disponibile, ma i suoi superiori dicono di no perchè non vogliono che Contrada sia distolto da altre delicate indagini che stava conducendo in quel periodo."

"Quando io, negli anni '90, ero comandante del ROS
(Raggruppamento Operativo Speciale dei Carabinieri, nda), ricordo che Contrada, all'epoca al SISDE, ha sempre collaborato con noi. Ci fornì un'incredibile quantità di schede su mafiosi e di indicazioni su latitanti sia di mafia che di camorra (tra questi ultimi, anche Carmine Alfieri)".

"Il dottore Contrada ha sempre collaborato pienamente ed efficacemente con noi Carabinieri. Lui è stato sempre un esempio mirabile della collaborazione tra tutte le forze di polizia.

Ricordo, ad esempio, che io fui presente in Questura all'interrogatorio fatto a Nino Salvo da Bruno Contrada e Boris Giuliano in relazione all'omicidio del tenente colonnello Giuseppe Russo.
Ricordo, ancora, che Leonardo Vitale, quando si pentì, nel 1973, volle parlare direttamente con Contrada, e Contrada volle che all'interrogatorio di Vitale assistessero anche ufficiali dei Carabinieri. Tra questi c'era il tenente Giuseppe Russo. Sia Contrada, sia Russo sia tutti gli altri ufficiali che ascoltarono le dichiarazioni di Vitale le ritennero importanti: furono poi i magistrati a ritenere che Vitale fosse pazzo".


5.

Prefetto VINCENZO PARISI

  • Direttore del SISDE dal 1984 al 1987;.
  • Capo della Polizia dal 1987 al 1994.

"Bruno Contrada è il più grande esperto di mafia vivente, vanta un curriculum di lotta alla criminalità ineguagliabile. Per il prefetto De Francesco è stato sempre come un figlio”.

"Bruno Contrada è un investigatore straordinario. Il suo è un curriculum brillantissimo ed egli ha dimostrato una conoscenza straordinariamente approfondita del fenomeno mafioso, di cui è una memoria storica eccezionale, e per questo ha ricevuto 33 elogi dall'amministrazione e dalla magistratura... Bisogna far luce su eventuali interessi e su eventuali corvi che hanno ispirato ai “pentiti” le dichiarazioni contro Contrada. È quantomeno strano che soltanto dieci anni dopo vengano rivelati fatti di cui i “pentiti” sarebbero stati a conoscenza da tanto tempo, a meno che non li abbiano appresi dopo da chi ha voluto ispirarli. Perché i “pentiti” parlano solo ora, e chi li manovra? Io vedo un pericolo per la democrazia...".



6.

Questore GIUSEPPE NICOLICCHIA

  • Questore di Palermo dal 1980 al 1981.

Udienza del 17 marzo 1995.

"Il dottor Bruno Contrada è stato sempre un eccellente funzionario tanto per la preparazione quanto per la correttezza".

"Contrada era il mio braccio destro. Di lui mi sono sempre fidato ciecamente. I lavori difficili li faceva lui".

"Bruno Contrada svolse le indagini sull'omicidio del procuratore Costa in maniera eccellente".

"Contrada non ha mai avuto rapporti con mafiosi".

"Fui io personalmente a firmare l'autorizzazione per la concessione del porto d'armi al principe Vanni Calvello, dopo aver conferito col prefetto. Non ne avevo parlato con Contrada, prima".

"Dopo la costituzione del GMI
(Gruppo Misto di Intervento, con la collaborazione di Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza, voluto da Contrada nel 1980, quando era capo della Criminalpol della Sicilia Occidentale, nda) la Guardia di Finanza ebbe da noi della Polizia un elenco completo dei mafiosi. Era la prima volta che ciò accadeva, e tutto il merito fu di Contrada che redasse personalmente quell'elenco".


7.

Prefetto GIOVANNI RINALDO CORONAS

  • Capo della Polizia dal 1979 al 1984.


Udienza del 21 marzo 1995.


"Bruno Contrada è stato sempre il massimo,anzi più del massimo come qualifiche di servizio per un funzionario di grande esperienza. La valutazione di Contrada al Ministero degli Interni era il massimo, ossia 100, più 5 punti di menzione speciale e di lode massima. Totale: 105. Un punteggio che quasi nessuno era mai riuscito a raggiungere.
TUTTI stimavano il dottor Bruno Contrada. Tutti, dentro e fuori dalla Polizia".

"Non ho mai avuto sospetti su rapporti di Contrada con la mafia. Nè io nè altri. Neppure il questore Immordino mi disse nulla in tal senso. Nessuno mai lo ha fatto."

"Dopo l'assassinio di Boris Giuliano, capo della Squadra Mobile di Palermo, ucciso il 21 luglio 1979, fu il questore di Palermo, Giovanni Epifanio, a caldeggiare il nome di Contrada (all'epoca già promosso capo della Criminalpol della Sicilia Occidentale, nda) come capo della Squadra Mobile ad interim, perchè Contrada era un ottimo funzionario. Io conoscevo il valore sia dell'uomo che del funzionario Contrada, e per questo, nella mia qualità di capo della Polizia, lo invitai personalmente ad accettare e lui accettò con lo spirito di servizio che aveva sempre dimostrato.
(Dopo la reggenza provvisoria di Contrada, fu nominato capo della Squadra Mobile di Palermo Giuseppe Impallomeni e Contrada ritornò a tempo pieno a rivestire il ruolo di capo della Criminalpol della Sicilia Occidentale. Frattanto, Contrada aveva indagato sul coinvolgimento di Michele Sindona con la mafia. E' stato accusato di aver cancellato il nome di Sindona dal suo rapporto di denuncia, ma ciò non è vero. In realtà fu il capo della Mobile Impallomeni a cancellare il nome di Sindona dal proprio rapporto. Ce lo conferma proprio il prefetto Coronas, all'epoca capo della Polizia, nda). Decisi di mandare l'ispettore Guido Zecca a Palermo perchè chiarisse perchè e come il capo della Mobile Impallomeni aveva cancellato il nome di Michele Sindona dal proprio rapporto di denuncia".


8.

Prefetto GIUSEPPE PORPORA

  • Capo della Polizia dal 1984 al 1987.

"Non ho mai avuto nei confronti di Bruno Contrada il più piccolo rilievo negativo da fare, nè tantomeno alcun sospetto".

9.

Prefetto MARIO JOVINE

  • Questore di Palermo dal 1985 al 1987;
  • Prefetto di Palermo dal 1989 al 1992.

"Ho sempre raccolto giudizi semplicemente esaltanti sulle capacità investigative del dottor Bruno Contrada".

"Non ho mai sentito il dottor Bruno Contrada chiedere il più piccolo favoritismo per nessuno".

"Nessun magistrato mai,
in primis Paolo Borsellino, ha mai sollevato il più piccolo, velato dubbio sul dottor Contrada".


10.

ROBERTO SCOTTO

  • Capo della Squadra Mobile di Roma, Milano, Cosenza, Nuoro;
  • Dirigente operativo del Servizio Centrale Antidroga.

"In molte operazioni di polizia mi sono sempre avvalso dei preziosi suggerimenti, aiuti e consigli del dottore Contrada. Egli era la memoria storica di tutte le indagini che erano state fatte a Palermo".

"Bruno Contrada dai suoi uomini era adorato. Sempre sereno. Mai un briciolo di paura".



11.

Generale MICHELE MOLA

  • Dal 1971 al 1973 comandante del Nucleo di Polizia Tributaria di Palermo, col grado di capitano;
  • nel 1979 viene promosso colonnello;
  • nel 1984 viene nominato generale.

Al momento dell'udienza era generale di divisione della Guardia di Finanza, già comandante in seconda del Corpo a livello nazionale.

Udienza del 14 febbraio 1995.

"Ho avuto rapporti stretti con Contrada soprattutto negli anni '70, quando comandavo il Nucleo di Polizia Tributaria. I rapporti con Contrada sono stati sempre ottimi, anche quando tornai a Palermo negli anni '80 e lui era all'Alto Commissariato per la lotta alla mafia. Ricordo che ci riunivamo spesso con Contrada per preparare operazioni".

"Contrada non ha mai sviato indagini nè dato adito a sospetti. Non ho mai avuto motivo di dubitare o sospettare di Contrada, nè io nè i miei colleghi. Non mi è mai stato riferito da nessuno alcun sospetto sul conto di Contrada".

"Su forte e preciso
input di Contrada, all'epoca capo di gabinetto dell'Alto Commissariato per la lotta alla mafia, abbiamo svolto controlli fiscali presso banche, soprattutto in provincia di Agrigento".

"Pervennero alla Guardia di Finanza delle schede sui patrimoni di molti mafiosi elaborate dalla Polizia e personalmente da Contrada".


12.

Colonnello DIEGO MINNELLA

  • A Palermo dal 1980 al 1982;
  • a Bagheria dal 1982 al 1986;
  • dal 1986 al 1990 alla Sezione Anticrimine di Napoli;
  • nel 1990 rientra a Palermo.

Nel 1995, al momento della sua deposizione al processo Contrada, il colonnello Minnella è capo della Sezione di Polizia Giudiziaria della Procura di Palermo.

Udienza del 14 febbraio 1995.

"Nel 1980 sono stato messo a disposizione del giudice Falcone per l'istruttoria del processo Spatola. Nel dicembre di quello stesso anno entrai a far parte del GMI (Gruppo Misto di Intervento) voluto da Contrada per le indagini sul traffico internazionale di droga: insieme a me e a Contrada c'erano il dottor Peritore (dirigente della Sezione Narcotici della Squadra Mobile di Palermo) e il tenente della Guardia di Finanza Ciro De Lisi. Ricordo che la costituzione del GMI avvenne a Roma, nella sede della Direzione Centrale Antidroga e alla presenza del suo direttore Sabbatino, ma la sede centrale del GMI era la Criminalpol palermitana diretta da Bruno Contrada. Fu proprio il GMI ad arrestare, fra gli altri, Frank Coppola, il gruppo dei fratelli Cutaia, il gruppo di Santospirito e Marsalone, Nunzio La Mattina (chiamato in codice "Andrè") e i fratelli Cefalù; fu il GMI a dare l'input per arrestare a New York un pericoloso gruppo di trafficanti di droga e sequestrare ingenti partite di eroina a New York e a Firenze (per questa operazione la DEA [l'Agenzia Antidroga statunitense, nda] tributò uno speciale encomio al GMI e, segnatamente, al dottor Bruno Contrada".

"Nell'àmbito del GMI, Contrada era quello che manteneva i contatti con la Direzione Centrale Antidroga, coordinava tutto e ci dava gli ordini. Ci diede sempre preziosissimi input per diverse indagini. Era lui il vero cervello del GMI. Tutte le operazioni iniziate le abbiamo portate a termine con successo e senza remore e senza interferenze da parte di nessuno."

"Non ho mai avuto notizie nè dirette nè indirette di collusioni di Contrada con la mafia. Mai il minimo sospetto sul suo conto. Mai il minimo dubbio. Nè io, nè nessuno nell'àmbito dei Carabinieri, nè nessun altro. Noi Carabinieri abbiamo sempre lavorato in perfetta armonia con Bruno Contrada".

"Falcone, che conoscevo bene e col quale ho collaborato strettamente, non mi esternò mai il benchè minimo sospetto o la benchè minima diffidenza nei confronti di Contrada".


13.

Colonnello TITOBALDO HONORATI

  • Già comandante del Nucleo Operativo dei Carabinieri di Palermo dal 1982 al 1984.

Udienza del 14 febbraio 1995.

"Contrada fu sempre un sostenitore della collaborazione tra le varie forze di polizia contro la mafia e la realizzò. Nel 1980 fu proprio su impulso di Contrada che fu creato il il GMI (Gruppo Misto di Intervento), di cui faceva parte, ricordo, anche il capitano dei Carabinieri Diego Minnella (il capitano Minnella, grande collaboratore di Falcone, confermerà tutto ciò in aula, ribadendo anch'egli il ruolo fondamentale di Contrada nella creazione di questo gruppo speciale: ecco la vera "convergenza del molteplice"... nda). Questo Gruppo Misto indagò con grande efficacia sulla mafia e sul traffico internazionale di droga. E arrestò Frank Coppola".

"Contrada godeva, presso i Carabinieri, di ottima reputazione. Noi non abbiamo mai avuto sospetti su di lui, nè notizie, dirette o indirette, di una sua collusione con la mafia o di tentativi di depistaggio di indagini da parte sua".

"Negli anni '80 noi dei Carabinieri lavorammo a stretto contatto con Contrada e insieme a lui e ai suoi uomini facemmo ricerche congiunte per arrestare molti mafiosi, soprattutto, ricordo, Tano Badalamenti e i Marchese. Io, personalmente, collaborai con Contrada per l'indagine sull'omicidio di Boris Giuliano. Dopo l'omicidio del capitano Basile, cominciammo con Contrada una intensa attività di indagine a tappeto per dare il colpo finale alla mafia. E Contrada stilò il rapporto di denuncia sull'omicidio del procuratore Costa di concerto e in pieno accordo col colonnello Rizzo, prendendo in considerazione ed inquadrando con grande precisione gli affari loschi della famiglia del
boss Totò Inzerillo e il giro di appalti facente capo a Rosario Spatola. Contrada fu il primo ad intuire i legami fra gli omicidi Giuliano, Basile e Costa e ad inquadrare il contesto unico che c'era alle spalle, facente capo al gruppo dei corleonesi emergenti con in più Di Carlo e Cannella".

"Mai saputo nulla di un
blitz a Borgo Molara nel 1981 per la cattura di Riina".


14.

Prefetto AURELIO GRASSO

  • Prefetto di Palermo dal 1973 al 1977.

Udienza del 18 settembre 1995.

"Il dottore Contrada è stato sempre un funzionario irreprensibile e ligio al dovere".

"Il dottore Contrada non ha mai chiesto favori di nessun genere per nessun mafioso".



15.

MICHELE SANDULLI - Sovrintendente Capo della Polizia di Stato.

  • Dal 1963 al 1968 alla Squadra Mobile di Palermo;
  • dal 1970 al 1992 alla Criminalpol di Palermo.

Udienza del 14 febbraio 1995.

"Dopo l'omicidio di Gaetano Cappiello (l'agente della Squadra Mobile ucciso dagli uomini della cosca di Rosario Riccobono nell'àmbito di un'operazione contro i medesimi per estorsione ai danni dell'imprenditore palermitano Randazzo, nda), Contrada, all'epoca capo della Squadra Mobile, mi incaricò, insieme al dottor Vittorio Vasquez e al dottor Francesco Paolo Mannino, di recarmi a Caserta e provincia per cercare ed arrestare proprio Rosario Riccobono. Io, allora in forza alla Criminalpol di Palermo, partecipai perchè questa fu un'operazione congiunta tra Squadra Mobile e Criminalpol palermitane".


16.

Giudice ANTONINO MELI

  • Consigliere Istruttore presso la Corte d'Appello di Palermo dal 1988

Udienza del 23 maggio 1995.

"Il dottore Contrada è stato sempre duro e inflessibile con la mafia. Io l'ho sempre stimato e non ho mai avuto dubbi o sospetti sul suo conto".

"Io conobbi Bruno Contrada in un periodo per lui critico, il periodo delle calunnie de 'L'Espresso' nei suoi confronti
(nel 1989 il giornalista Roberto Chiodi pubblica su 'L'Espresso' un articolo calunnioso che adombra responsabilità di Contrada nella fuga dell'imprenditore Oliviero Tognoli, coinvolto nella 'Pizza Connection'. Quell'accusa non fu mai dimostrata. Lo stesso Chiodi, ascoltato al processo Contrada, confermerà che si era trattato soltanto di voci e che lui, piuttosto maldestramente, aveva scritto quell'articolo solo sulla base di illazioni. Ne parliamo in altra parte del libro, nda). Dissi a Contrada di venire a trovarmi a casa: lui venne e si sfogò con me, piangendo e dicendo che dopo una vita dedicata allo Stato non doveva accadergli questo, che qualcuno voleva rovinarlo. Non ebbi difficoltà alcuna a credere alle sue parole, lo conoscevo di fama e lo avevo sempre stimato".


17.

ALESSANDRO GUADALUPI

  • Dal 1965 al 1968 alla Sezione Volanti della Questura di Palermo;
  • dal 1974 al 1982 alla Squadra Mobile di Palermo: dal 1974 al 1980 Sezione Antirapine (diretta da Speranza), dal 1980 al 1982 alla Sezione Omicidi;
  • dal 1982 alla Criminalpol di Palermo.

Udienza del 21 febbraio 1995.

"Contrada colluso con la mafia? Per carità! Neanche a pensarlo! Era un faro, una guida per tutti noi. Era un funzionario ed un uomo integerrimo. Irreprensibile."

"I rapporti fra Bruno Contrada e Boris Giuliano sono sempre stati fraterni."

"Dopo l'omicidio dell'agente Gaetano Cappiello da parte degli uomini del
boss Rosario Riccobono, le indagini contro Riccobono furono serrate: tutto merito di Contrada".


18.

GIUSEPPE FALCONE - Ispettore Capo della Polizia di Stato in pensione.

  • Dal 1964 al 1968 al Commissariato di Polizia "Resuttana-Colli" di Palermo;
  • dal 1968 al 1970 al Primo Distretto di Polizia di Palermo;
  • dal 1971 al 1976 alla Questura di Milano;
  • dal 1976 all'Archivio Generale della Questura di Palermo;
  • dal 1980 al 1994 alla Squadra Mobile di Palermo: dal 1980 al 1981 alla Sezione Antirapine, nel 1981 alla Sezione Investigativa (diretta da Ninni Cassarà), dal 1981 al 1983 alla Sezione Catturandi.

Udienza del 21 febbraio 1995.

"Il dottor Contrada non ci fece richieste nè pressioni di alcun genere a favore di mafiosi".

"Tra il 1981 e il 1983, ossia durante il mio periodo di permanenza alla neo-ricostituita Sezione Catturandi della Squadra Mobile di Palermo, non ci furono mai ricerche di Totò Riina a Borgo Molara. Cercavamo, certamente, Riina, ma altrove".

"Nel 1981 fu ricostituita la Sezione Catturandi della Squadra Mobile di Palermo, sezione che era stata abolita dal dottor Impallomeni quando era capo della Squadra Mobile, l'anno precedente. Io provenivo dalla V Sezione, ossia la Sezione Investigativa, diretta dal dottor Ninni Cassarà, e passai alla Catturandi insieme al commissario Beppe Montana, al maresciallo Gaetano Buscemi, Naso, Belcamino, Antonucci e altri. Un giorno ebbi una discussione con il dottor Montana, fui allontanato dalla Catturandi per due mesi ma vi ritornai e vi restai fino al 1983.
La Catturandi non era ancora ridiventata una vera e propria sezione, e lavorava come ufficio distaccato della Sezione Investigativa: facevamo capo al maresciallo più anziano, ossia Gaetano Buscemi, che era quello che teneva i contatti con i superiori. Eravamo divisi in quattro squadre di tre o quattro elementi l'una, i mezzi erano pochi, le auto di servizio a disposizione erano solo due, dunque capitava che ci facessimo prestare auto da altre sezioni o che uscissimo anche a piedi. Ciò non ci impedì mai di svolgere sempre un servizio di attiva ricerca di tutti i più grossi mafiosi latitanti, primi fra tutti Totò Riina, Bernardo Provenzano e Saro Riccobono".


19.

PAOLO TOMEO - Ispettore della Polizia di Stato.

  • Dal 1965 al 1970 al Commissariato di Polizia "Vespri" di Palermo;
  • dal 1970 al 1983 alla Squadra Mobile di Palermo: dal 1970 al 1973 alla Sezione Volanti, dal 1973 al 1982 alla Sezione Antirapine, dal 1982 al 1983 nuovamente alla Sezione Volanti;
  • dal 1983 ai Commissariati di Polizia di Palermo "Castellammare", poi "Duomo-Palazzo Reale" e infine "Oreto-Stazione".

All'epoca dell'udienza era ispettore al Commissariato di Polizia "Oreto-Stazione" di Palermo.

Udienza del 21 febbraio 1995.

"Il dottore Contrada è sempre stato lineare ed onesto".

"Il dottore Contrada ci ha sempre spronato a fare le indagini. Quando uccisero l'agente di Polizia Gaetano Cappiello, se non ci fosse stato Contrada lo sbandamento sarebbe stato totale".

"Il dottore Contrada non mi chiese mai favori per nessun mafioso".

"Il dottor Bruno Contrada ed il dottor Boris Giuliano erano due fratelli. Erano sempre assieme".

"Non mi risultano indagini per la ricerca di Totò Riina a Borgo Molara nel 1981".


20.

GUIDO PAOLILLI - sottufficiale della Polizia di Stato.
  • Dal 1971 al 1975 alla Sezione Volanti della Squadra Mobile di Palermo;
  • dal 1975 al 1985 alla Squadra Mobile di Palermo, prima alla Sezione Buoncostume, poi alla Sezione Antirapine.

Udienza del 20 gennaio 1995.

"La dirigenza del dottore Contrada e del dottore Giuliano alla Squadra Mobile di Palermo è stata il periodo più bello della mia carriera perchè eravamo una famiglia. (...) Giuliano e Contrada erano tutta una persona, un'accoppiata vincente, allora la Squadra Mobile di Palermo era un ufficio favoloso. (...) Il dottore Contrada era il primo a supervisionare i nostri servizi e a partecipare, la sua dirigenza era favolosa. Il dottore Contrada non ha mai favorito nessun mafioso, non ha mai detto a nessuno di usare riguardi con nessun mafioso."


21.

GUGLIELMO INCALZA - funzionario della Polizia di Stato
  • Dal 1972 al 1980 dirigente dei Commissariati Zisa e Duomo di Palermo;
  • dal 1980 al 1981 capo della Sezione Investigativa della Squadra Mobile di Palermo;
  • dal 1981 al 1984 capo della Squadra Mobile di Salerno;
  • quindi capo della Sezione Investigativa e vicecapo della Squadra Mobile di Roma;
  • quindi capo della Divisione Criminalità Organizzata e Sequestri di Persona della Criminalpol Centrale;
  • dal 1990 al 1992 all'Alto Commissariato Antimafia;
  • dal 1992 alla Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Udienza del 24 gennaio 1995.

"Conosco Bruno Contrada dal 1972. Nelle mie operazioni nei commissariati di Palermo mi appoggiavo sempre alla Squadra Mobile e a Contrada. (...) Non ho mai avuto sospetti su rapporti tra Contrada e mafiosi, nella maniera più assoluta. Bruno Contrada è stato per me un maestro di etica e di morale. Lui era ultrastimato da tutti."


22.

FRANCESCO SIRLEO - dirigente superiore della Polizia di Stato
  • alla Questura di Reggio Calabria (dove è stato anche vicecapo della Squadra Mobile) fino al 1980;
  • dal 1980 alla Questura di Roma, come vicedirettore e direttore della DIGOS e poi dell'UCIGOS;
  • dal 1988 al SISDE;
  • dal 1989 al 1991 distaccato presso l'Alto Commissariato Antimafia;
  • dall'ottobre 1991 dirigente della Divisione Criminalità Organizzata del SISDE.
Udienza del 27 gennaio 1995.

"Conobbi Contrada nel 1985 quando dirigevo la DIGOS di Roma. Me lo presentò Carlo Milella. Sapevo che Contrada era molto stimato in Polizia. Dal 1991 io mi trasferisco alla divisione anti-criminalità organizzata del SISDE, dove trovo proprio Contrada e De Sena. Io ero esperto di 'ndrangheta, non di mafia, e allora nel novembre del 1991 andiamo a fare una serie di visite a Palermo proprio insieme a Contrada. E insieme rafforziamo il nucleo anti-criminalità organizzata dei centri SISDE della Sicilia (Palermo e Catania). Proprio per esplicita volontà di Contrada, decidiamo di aprire nuovi centri SISDE a Caltanissetta, Trapani ed Agrigento. Dopo la strage di Capaci io, Fausto Gianni, Bruno Contrada e altri colleghi andammo a parlare col procuratore della Repubblica di Palermo, Giammanco, e ci mettemmo a sua totale disposizione. Ugualmente, dopo la strage di Via D'Amelio, sempre io, Gianni, Contrada ed altri colleghi dei servizi andammo a parlare col procuratore della Repubblica di Caltanissetta, Tinebra, e ci mettemmo anche a sua disposizione. Tinebra incaricò Contrada di organizzare un gruppo per effettuare un monitoraggio delle famiglie mafiose. E così fu."


23.

PAOLO SPLENDORE - ufficiale dei Carabinieri
  • ex-funzionario del SISDE;
  • ex-funzionario dell'Alto Commissariato Antimafia;
Udienza del 3 febbraio 1995.

"Non ho mai avuto sospetti su Contrada. Eravamo in grande confidenza, io andavo spesso a casa sua, quando partivamo dormivamo nella stessa stanza. Mai lui ha fatto o ricevuto telefonate sospette, e negli anni '80 noi abbiamo vissuto davvero fianco a fianco."


24.

ANTONIO D'ALOISIO
  • capo di gabinetto dell'Alto Commissariato Antimafia dal 1986 al 1992;
  • commissario al Comune di Reggio Calabria;
  • all'epoca dell'udienza prefetto di Messina.
Udienza del 3 febbraio 1995.

"Nessuno ha mai avuto notizie negative o sospetti sul conto di Bruno Contrada. Tutte le forze dell'ordine avevano la massima stima nei suoi confronti: mai nessuna voce negativa."


25.

FRANCESCO ROMANO
  • ex-funzionario della Prefettura di Palermo e dell'Alto Commissariato Antimafia.
Udienza del 3 febbraio 1995.

"Bruno Contrada era irreprensibile. Da lui non è provenuto mai nessun intralcio a nessuna nostra attività, a niente. Mai nessuna interferenza indebita da parte sua. Nei suoi confronti c'era una vera e propria unanimità di consensi e di apprezzamento."


26.

MARIA VITTORIA MINISTERI - viceprefetto ispettore

  • funzionario dell'Alto Commissariato Antimafia dal 1982 al 1992;
  • all'epoca dell'udienza Direttore dell'Ufficio Traffico e Circolazione presso la Prefettura di Palermo.
Udienza del 3 febbraio 1995.

"Bruno Contrada era irreprensibile. Non ha mai fatto nessuna interferenza, non ha mai frapposto intralci di alcun genere, non ha mai fatto segnalazioni a favore di nessuno. Nessuno ha mai nutrito sospetti di alcun genere nei suoi confronti."


27.

ALDO LATINO - sovrintendente capo della Polizia di Stato

  • in servizio presso la Squadra Mobile di Napoli fino al 1966;
  • alla Squadra Mobile di Palermo dal 1966, prima caposervizio alla Sezione Volanti (diretta da Contrada) fino al 1968, poi alla Sezione Catturandi fino al 1974, poi alla Sezione Investigativa e alla Sezione Antimafia fino al 1981;
  • dal 1981 al 1985 in servizio presso i Commissariati Zisa, Primo Distretto e Palazzo Reale di Palermo;
  • dal 1985 nuovamente alla Sezione Catturandi della Squadra Mobile di Palermo.
Udienza del 3 febbraio 1995.

"Mai il dottore Contrada mi disse di non catturare o di lasciare in pace dei mafiosi. Lavoravamo sodo. Avevamo a disposizione pochi mezzi, ma, grazie ai nostri sacrifici e alla direzione di funzionari come il dottore Contrada, anche soltanto con pochi mezzi facevamo miracoli."


28.

ANTONIO DE LUCA - funzionario della Polizia di Stato

  • in servizio presso la Squadra Mobile di Palermo dal 1968, dove è stato capo della Sezione Omicidi e della Sezione Investigativa;
  • distaccato in seguito presso l'Alto Commissariato Antimafia;
  • capocentro SISDE di Catania nel 1992.
Udienza del 28 ottobre 1994.

"Bruno Contrada e Boris Giuliano per me furono due modelli. (...) I rapporti tra Contrada e Giuliano furono sempre ottimi. Entrambi hanno sempre lavorato in perfetta sinergia. (...) Nonostante negli anni '60 e '70 non esistesse ancora l'articolo 416 bis del Codice Penale, ossia l'associazione a delinquere di stampo mafioso, Contrada, come anche il capitano dei Carabinieri Giuseppe Russo, amavano usare, nei loro rapporti riguardanti mafiosi e a proposito del reato di associazione a delinquere, l'espressione 'aggravata dal vincolo mafioso'. (...) Io ho visto alcuni dirigenti della Squadra Mobile far lavorare solo i loro collaboratori e i capi delle varie sezioni, ma Contrada e Giuliano lavoravano soprattutto loro. Erano sempre presenti. (...) Tutti parlavano liberamente davanti a Contrada e si fidavano ciecamente di lui."


29.

CORRADO CATALANO - ispettore della Polizia di Stato

  • in servizio presso la Squadra Mobile di Palermo dal 1970 al 1975, come autista di Boris Giuliano, quindi sottufficiale della Sezione Omicidi e della Sezione Antirapine diretta da Speranza;
  • dal 1975 al 1976 al Commissariato "Libertà" di Palermo;
  • dal 1976 al 1985 nuovamente alla Squadra Mobile di Palermo, alla Sezione Omicidi diretta da Accordino.
Udienza del 20 gennaio 1995.

"Bruno Contrada e Boris Giuliano erano come due fratelli! Lavoravano in perfetta simbiosi e non ebbero mai nessun contrasto. Erano l'invidia di tutti i funzionari. Io lo so perchè ero intimo amico di Giuliano."


30.

FILIPPO PERITORE - funzionario della Polizia di Stato

  • in servizio presso la Squadra Mobile di Ragusa fino al 1978;
  • dal 1978 alla Sezione Volanti della Questura di Palermo;
  • quindi alla Squadra Mobile di Palermo, dapprima alla Sezione Antirapine, quindi alla Sezione Omicidi e infine, come dirigente, alla Sezione Narcotici, fino al 1982;
  • all'epoca del processo, dirigente di un Commissariato a Roma.
Udienza del 24 gennaio 1995.

"Bruno Contrada non mi ha mai chiesto favori per nessun mafioso. Contrada godeva della stima di tutti. Era un punto di riferimento per tutti."


31.

prefetto FAUSTO GIANNI

  • vicedirettore vicario del SISDE dal 2 settembre 1991 al 10 agosto 1992;
  • all'epoca dell'udienza prefetto di L'Aquila.
Udienza del 27 gennaio 1995.

"Facevo parte del gruppo di lavoro di Bruno Contrada al SISDE, insieme ad Emanuele, Splendore, Narracci, Sirleo, al colonnello dei Carabinieri Ruggero (capocentro SISDE di Palermo), a De Luca (capocentro SISDE di Catania) e ad altri. Contrada aveva ricevuto l'incarico di compiere un monitoraggio sulle famiglie mafiose a partire dai Madonia. Quest'incarico gli era stato conferito dal procuratore della Repubblica di Caltanissetta Giovanni Tinebra e veniva svolto in collaborazione con la Procura nissena e con quella di Palermo. Bruno Contrada fu uno stimolo per tutti al SISDE nello svolgere operazioni contro la mafia. Contrada non ha mai dato a nessuno motivi per dubitare della sua lealtà."


SALVO GIORGIO

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