Tuesday, May 15, 2007

LA CARRIERA DI BRUNO CONTRADA


Quando si parla della carriera di Bruno Contrada, non si può fare a meno di provare un grande rammarico: Bruno Contrada ha ricoperto per un trentennio incarichi di rilievo e di prestigio nell'àmbito prima della Polizia di Stato e poi dei Servizi Segreti; la sua carriera è stata costellata come poche altre da successi investigativi e da riconoscimenti, sia a livello nazionale che internazionale; tutt'oggi, a distanza di ben quindici anni (al momento in cui scriviamo) dalla sua sospensione dal servizio a causa del processo a suo carico e a tanti anni dal suo successivo pensionamento, Bruno Contrada continua ad essere una vera e propria leggenda fra le forze dell'ordine, come testimoniano i messaggi di solidarietà, di stima e di sostegno ricevuti dopo la sua condanna definitiva in Cassazione e pubblicati su un sito Internet a lui dedicato (www.brunocontrada.info). La cosa che colpisce di più è che molti di questi messaggi provengono da giovani poliziotti che non hanno mai conosciuto Contrada di persona ma hanno sentito parlare di lui come di un collega che, esponendosi personalmente senza alcuna scorta e partecipando in prima persona ad azioni e operazioni ad altissimo rischio, ha "fatto" la storia della Polizia in Italia, insieme ad altri collaboratori altrettanto eroici. In un periodo in cui, peraltro, sul piano politico e legislativo, l'attenzione rivolta dalle istituzioni al fenomeno mafioso era certamente inferiore a quella odierna. Un periodo in cui, inoltre, i mezzi che le forze dell'ordine avevano a disposizione non erano affatto ingenti, fino al punto di dover far "ruotare" le auto di servizio fra le varie Sezioni della Squadra Mobile, quando addirittura non si doveva uscire a piedi per rilievi e appostamenti...

Qual è il rammarico di cui parlavamo prima? Ovviamente quello di aver visto colui che, a detta di centinaia di colleghi e superiori, è stato uno dei più brillanti investigatori della Polizia italiana letteralmente strappato dal suo posto per colpa di una serie di illazioni, vaghi indizi e vere e proprie calunnie. Vedasi l'illuminante caso dei nisseni Giuseppe Giuga e Calogero Pulci, gli unici due "pentiti" di mafia accusati ufficialmente di aver calunniato Contrada (e ce ne dovrebbero essere anche altri...). Ho dedicato alla vicenda un capitolo a parte, ma qui occorre ricordare ciò che Giuga rivelò ai giudici: "Calogero Pulci mi spiegò che se non accusavo persone importanti non sarei stato un pentito di serie A e, siccome non sapevo chi accusare, mi indicò i nomi di Bruno Contrada e del giudice Corrado Carnevale".
Ogni commento sarebbe superfluo.
Anche Rosario Spatola è stato condannato per calunnia, ma non per le sue deliranti accuse su un presunto incontro di Contrada col boss Riccobono al ristorante "Il Delfino" di Sferracavallo (accuse rivelatesi del tutto infondate) bensì per aver sostenuto che il "pentito" Gaspare Mutolo si sarebbe incontrato con altri "pentiti" per concordare accuse contro Contrada. Gaspare Mutolo, dal canto suo, non ha mai rischiato l'accusa di mendacio neppure quando la sua storiella di un appartamento posseduto da Contrada a Palermo su gentile "donazione" del costruttore mafioso Angelo Graziano non resse alla luce dei fatti, nè tampoco quando, in un accesso di gossip, non riuscì a spiegare quale fosse (e dove fosse) la fantomatica Alfa Romeo che, a detta sua, il boss Riccobono avrebbe fatto in modo che Contrada regalasse ad una propria presunta amante. Anche Francesco Marino Mannoia è stato così fortunato da non essere toccato da alcun sospetto quando si è scoperto che, prima delle dichiarazioni del 27 gennaio 1994 in cui accusava Contrada, aveva detto ai PM di Palermo e di Caltanissetta, il 2 e il 3 aprile 1993, dunque per ben due volte: "di Bruno Contrada non so nulla. So solo che era un funzionario di Polizia in servizio a Palermo". E così via...
Rammarico. Tristezza. Desolazione. Accuse non provate provenienti dalle bocche da fuoco di una serie di delinquenti matricolati, assassini, estortori, truffatori, sono servite a bloccare la carriera di un poliziotto che era da tutti considerato un "fiore all'occhiello" della Polizia italiana ed internazionale. Come dimostra il fatto che, al momento del suo arresto, Contrada era sulle tracce del superlatitante Bernardo Provenzano. Come dimostrano la sua intera carriera, i successi conseguiti, i riconoscimenti ricevuti.
Nulla meglio dei dati e dei fatti che andiamo a riportare può spiegare in maniera evidente quanto abbiamo detto finora. E confermare che Bruno Contrada è stato davvero "il miglior poliziotto che Palermo abbia mai avuto", come è stato detto persino dal procuratore generale presso la Corte d'Appello di Palermo, nella requisitoria da lui pronunciata durante il primo processo d'appello a carico di Contrada, conclusosi poi con la sua assoluzione.



1. I riconoscimenti ricevuti in carriera da Bruno Contrada


Durante la sua lunga carriera, Contrada ha ricevuto:

  • 65 riconoscimenti, tra cui 1 attestato di merito speciale;
  • 14 encomi;
  • 7 elogi della magistratura;
  • 50 riconoscimenti da parte del SISDE.
Da segnalare, in particolare: l'encomio ricevuto dalla DEA (l'agenzia antidroga statunitense) per una brillante operazione condotta da Contrada contro il traffico internazionale di stupefacenti gestito dalla mafia siciliana in collaborazione con quella americana; l'encomio ricevuto da Giovanni Falcone, il cui testo integrale appare in un altro capitolo di questo libro (altro che la diffidenza di Falcone nei confronti di Contrada di cui si è favoleggiato nel processo...); l'encomio ricevuto dal giudice istruttore romano Ferdinando Imposimato, che, anni dopo, nel corso del processo Contrada, verrà a mettere in dubbio l'operato dell'ex-capo della Squadra Mobile e della Criminalpol di Palermo a proposito di John Gambino, smentendo clamorosamente anche se stesso e il suo sopracitato encomio (il cui testo integrale pubblichiamo in un altro capitolo di questo libro).




2. Gli incarichi ricoperti da Bruno Contrada


1958

Bruno Contrada, nato a Napoli il 2 settembre 1931 ed ex-ufficiale dell'8° reggimento dei Bersaglieri, entra nella Polizia di Stato. Frequenta con successo il corso per funzionari presso l'Istituto Superiore della Polizia di Stato di Roma.


1959

La sua prima destinazione è la Questura di Latina. Contrada viene assegnato alla Squadra Mobile.


1961

Va a dirigere il Commissariato di Sezze Romano, in provincia di Latina.



4 novembre 1962


Contrada, desideroso di prestare la sua opera di funzionario di Polizia in città meno tranquille e più "calde", dove ci sia bisogno di forze fresche e di energia nuova, chiede il trasferimento e viene assegnato alla Questura di Palermo per volere diretto del capo della Polizia, Angelo Vicari, che vuole ricostruire e potenziare l'ufficio di polizia palermitano a fronte delle prime avvisaglie della guerra di mafia che sta pian piano dilagando. "Molti funzionari" - ricorda Contrada nell'udienza del 22 novembre 1994 - "si fecero raccomandare per non essere trasferiti a Palermo, considerata zona calda. Io non opposi nessuna obiezione".
Il suo primo incarico è dirigente della Sezione Pronto Intervento della Squadra Mobile (le cosiddette "Volanti"), sezione costituita proprio in quell'anno (negli anni seguenti, la Sezione Volanti verrà separata dalla Squadra Mobile e gestita a parte). Contrada ne modifica l'assetto con un'impostazione che viene immediatamente approvata dal capo della Squadra Mobile, Umberto Madia, dà sùbito i suoi frutti e viene ben presto studiata ed imitata anche da altre Questure italiane.
Da dirigente delle Volanti, Contrada comincia a collaborare con colleghi e superiori per alcune indagini riguardanti delinquenza comune e criminalità organizzata.



1963 - Il
"Rapporto dei 37" ed il "Rapporto dei 54"

Contrada viene nominato dirigente della Squadra Catturandi della Squadra Mobile, dipendente dalla Sezione Investigativa diretta dal vicecapo della Squadra Mobile Nino Mendolia. La sua collaborazione con i superiori nelle indagini sulla mafia è continua. E' con il valido e sostanziale contributo di Bruno Contrada che si arriva alla redazione di due rapporti di denuncia di fondamentale importanza nella lotta alla mafia:
  1. il "Rapporto dei 37" del maggio 1963. E' il primo rapporto di polizia giudiziaria in cui, proprio grazie a Bruno Contrada, viene fatto il nome di Stefano Bontade, personaggio emergente che si rivelerà ben presto uno dei capi di Cosa Nostra. Nel marzo del 1963 una volante aveva fermato a Falsomiele (un quartiere della periferia di Palermo) una Giulietta con a bordo Nicolò Greco, Paolo Greco, fratello di Salvatore Greco "l'Ingegnere" (detto anche "Totò il lungo"), e Stefano Bontade. Quest'ultimo, figlio del boss Francesco Paolo Bontade, detto Paolino, era ancora incensurato. I tre erano armati, ma, mentre Paolo Greco non aveva il porto d'armi e fu per questo arrestato, Stefano Bontade aveva un regolare porto d'armi (rilasciatogli nel 1960) e, essendo incensurato, fu rilasciato per ordine della Sezione Investigativa della Squadra Mobile. Contrada, in attesa di trovare nuove prove a carico del boss di Villagrazia, inserisce il suo nome nel "Rapporto dei 37" in quanto Bontade si trovava in compagnia di Paolo Greco, fratello dell' "Ingegnere"; contestualmente, segnala alla Sezione Investigativa e al questore l’inopportunità che un personaggio così ambiguo come Stefano Bontade avesse un regolare porto d'armi. E' proprio su impulso di Contrada, dunque, che la Sezione Investigativa propone e ottiene la revoca del porto d'armi di Bontade;
  2. il "Rapporto dei 54" del luglio 1963. E' il primo rapporto di polizia giudiziaria dopo la strage di Ciaculli del 30 giugno 1963. Dopo la morte del maresciallo Silvio Corrao, che cadde proprio nella strage di Ciaculli e che fino a quel momento era ritenuto il massimo esperto di cose di mafia nell'àmbito della Questura di Palermo, è proprio a Contrada, insieme a Nino Mendolia, capo della Sezione Investigativa e vicecapo della Squadra Mobile, e a Vilena, che viene affidata la redazione del "Rapporto dei 54". In questo rapporto Contrada denuncia direttamente, fra gli altri, anche Stefano Bontade.
Questi due rapporti, che individuavano i principali esponenti di Cosa Nostra, convergono in un unico rapporto, sulla base del quale, nel 1967, il giudice istruttore Cesare Terranova istruisce il processo di Catanzaro. Il 22 dicembre 1968 la Corte d'Assise di Catanzaro condannerà molti dei mafiosi denunciati, tra cui "Ciaschiteddu" Greco e Tommaso Buscetta, entrambi latitanti, Pietro Torretta e Angelo La Barbera. Gaetano Badalamenti verrà invece assolto.

Contrada è, dunque, il primo ad individuare la pericolosità di Stefano Bontade e a denunciarlo in un circostanziato rapporto: lo stesso Contrada ricorda nell'udienza del 13 ottobre 1994: "Fino al 1963, quando io fui il primo ad individuarlo come mafioso, Stefano Bontade era per tutti solo un tranquillo signorotto di campagna". La cosa è stata confermata, sempre in sede processuale, da tutti i suoi colleghi dell'epoca.

1966

La Squadra Catturandi della Squadra Mobile si stacca dalla Sezione Investigativa per diventare Sezione autonoma. Contrada viene nominato dirigente della nuova Sezione Catturandi della Squadra Mobile.

1967

Contrada viene nominato dirigente della Sezione Investigativa della Squadra Mobile. La Sezione Catturandi cessa di essere una Sezione autonoma per venir riaggregata alla Sezione Investigativa.


1969


Come capo della Sezione Investigativa, è Contrada in prima persona ad occuparsi delle indagini sulla strage di viale Lazio del 10 dicembre 1969, nella quale un commando agli ordini di Bernardo Provenzano penetra negli uffici dell'impresa edile Moncada-Messina di viale Lazio e uccide Michele Cavataio (reo di aver assassinato anni prima Calcedonio Di Pisa e di aver fatto ricadere la colpa sui fratelli La Barbera), la sua guardia del corpo Francesco Tumminello e tre operai edili. Nell'agguato rimane ucciso anche uno degli assalitori, Calogero Bagarella, fratello di Leoluca.
Contrada indaga sulla strage insieme a Boris Giuliano, allora capo della Sezione Omicidi della Squadra Mobile, e al capitano Giuseppe Russo, comandante del Nucleo Investigativo dei Carabinieri, che, in particolare, svolge accertamenti sulla famiglia dei Fidanzati. Dalle indagini emerge un primo rapporto, stilato dai tre investigatori insieme, ed un secondo rapporto, redatto soltanto da Bruno Contrada.



Gennaio 1970


Bruno Contrada decide di riunificare il lavoro delle due squadre investigative che, fino a quel momento, si erano occupate prevalentemente di indagini contro la mafia (squadre comandate dal maresciallo Giuseppe Pagano e dal maresciallo Silvio Corrao, che fu tra le vittime della strage di Ciaculli e fu sostituito dal maresciallo Francesco Zappalà) e convince il questore di Palermo Ferdinando Li Donni a creare nell'àmbito della Squadra Mobile un'apposita Sezione Antimafia. Il questore approva e nomina Contrada dirigente della Sezione Antimafia della Squadra Mobile. In tale veste, Contrada divide la sezione antimafia in varie squadre che dovevano individuare i mafiosi che operavano in vari settori economici, con particolare attenzione all'edilizia, alle pompe funebri e al mercato ortofrutticolo.



Novembre 1970 - Le indagini sul sequestro di Mauro De Mauro


Il questore Li Donni rinomina Contrada dirigente della Sezione Investigativa della Squadra Mobile, rinnovata per rispondere alle nuove esigenze in fatto di lotta alla criminalità. A dirigere la Sezione Antimafia viene chiamato Francesco Cipolla. Capo della Squadra Mobile è, dal 1966, Nino Mendolia.
Tornato a capo dell'Investigativa, Contrada affianca il capo della Sezione Omicidi della Squadra Mobile, Boris Giuliano, nelle indagini sul rapimento del giornalista Mauro De Mauro, avvenuto il 16 settembre 1970 a Palermo. Mentre i Carabinieri seguono una pista legata al traffico internazionale di droga, Contrada e Giuliano cominciano a seguire una traccia che riguarda l'omicidio del presidente dell'ENI Enrico Mattei, assassinato insieme al pilota Irnerio Bertuzzi e al giornalista statunitense William McHale nel 1962: Mauro De Mauro, infatti, stava raccogliendo del materiale per un film di Francesco Rosi, Il caso Mattei, che uscirà nel 1972. Sarà lo stesso Contrada ad interrogare Rosi. Presto, però, un nuovo scenario si presenterà agli investigatori: De Mauro potrebbe essere stato eliminato perchè, da ex-membro della X Mas del principe Junio Valerio Borghese, aveva scoperto qualcosa sulla preparazione del golpe organizzato da Borghese per la notte tra il 7 e l'8 dicembre 1970, golpe in seguito misteriosamente fallito. Ma neppure il fior fiore degli investigatori italiani, come Contrada, Giuliano, il capitano dei Carabinieri Giuseppe Russo e il colonnello dei Carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa, riescono a far luce sulla scomparsa di Mauro De Mauro: un mistero ancora irrisolto, a trentasette anni di distanza.



1971 - Il "Rapporto dei 114"

Il 5 maggio 1971 vengono uccisi in via dei Cipressi, a Palermo, il procuratore della Repubblica di Palermo Pietro Scaglione ed il suo autista Antonino Lo Russo. Durante una riunione cui parteciparono il ministro degli Interni, i vertici della Polizia (il questore Ferdinando Li Donni, il vicequestore vicario Emanuele De Francesco, il capo della Criminalpol della Sicilia Occidentale Guglielmo Zocca e il capo della Squadra Mobile Mendolia) e i vertici dei Carabinieri (il colonnello Carlo Alberto Dalla Chiesa, comandante della Legione Carabinieri della Sicilia, e il capitano Giuseppe Russo, comandante del Nucleo Investigativo dei Carabinieri di Palermo), proprio a Contrada, dirigente della Sezione Investigativa della Squadra Mobile, e al capitano Russo viene affidato l'incarico di individuare i mafiosi che avevano ordinato l'omicidio e gli esecutori materiali del medesimo. Contrada e Russo, in collaborazione con Boris Giuliano, dirigente della Sezione Omicidi della Squadra Mobile, lavorano a stretto contatto con il procuratore della Repubblica di Genova Francesco Coco (che verrà poi assassinato dalle Brigate Rosse a Genova l'8 giugno 1976, insieme all'agente di scorta Giovanni Saponara e all'autista, l'appuntato dei Carabinieri Antioco Decana) e con l'Ufficio Istruzione del Tribunale di Genova (la competenza spetta, per materia, al Tribunale del capoluogo ligure). Contrada, Giuliano e Russo, con la collaborazione di Dalla Chiesa, stilano il "Rapporto dei 114", che consta, in realtà, di sei rapporti redatti tra giugno e dicembre del 1971.
Il primo dei sei rapporti è un "processo verbale di denunzia" riguardante direttamente il delitto Scaglione e redatto il 6 giugno 1971 (ossia poco più di un mese dopo l'omicidio) a carico di Francesco Albanese e altri 65. Negli altri rapporti, datati 15 luglio, 26 luglio, 27 settembre e 20 dicembre, Contrada, Giuliano e Russo individuano i collegamenti internazionali tra mafia siciliana, mafia americana e gruppi operanti in Francia e Canada per il traffico di droga, e denunciano per associazione a delinquere e traffico di stupefacenti il gotha mafioso dell'epoca: apre la lista Giuseppe Albanese, poi seguono Gerlando Alberti, Gaetano Badalamenti, Pippo Calò, Giuseppe Bono, Stefano Bontade, Giovan Battista Brusca, Tommaso Buscetta, Giuseppe Calderone, Francesco Paolo Coppola alias Frank Coppola, Gerolamo D'Anna, Pietro Davì, Giuseppe Di Cristina, Antonino, Gaetano e Giuseppe Fidanzati, Salvatore Greco "Ciaschiteddu" e Salvatore Greco "l'Ingegnere", Luciano Liggio, Rosario Mancino, Giuseppe Mangiapane, Gioacchino Pennino (zio del futuro "pentito" omonimo che accuserà Contrada), Natale Rimi (uno di coloro di cui pare che il principe Junio Valerio Borghese avesse promesso la liberazione se Cosa Nostra avesse appoggiato il suo tentativo di golpe nel dicembre 1970 e se il golpe, ovviamente, fosse riuscito), Salvatore Riina, Leoluca Bagarella, Antonino Salomone, Giuseppe e Tommaso Spadaro, Pietro Vernengo e tanti altri. Il 16 marzo 1973 il giudice istruttore del Tribunale di Palermo Filippo Neri rinvia a giudizio 75 dei mafiosi denunciati (molti dei quali, nel frattempo, sono stati arrestati). La magistratura avalla, dunque, il complesso lavoro svolto da Contrada, Giuliano e Russo. Complesso ed estremamente difficile, perchè all'epoca la mafia gode ancora della protezione di uno scudo di omertà molto resistente e perchè i cosiddetti collaboratori di giustizia sono ancora del tutto sconosciuti. Il susseguente processo, celebratosi a Palermo nel 1974, pur confermando nella sostanza l'impianto accusatorio pazientemente ricostruito da Contrada, Giuliano e Russo, termina con un numero di condanne inferiore al previsto. Ma fra i boss condannati figura, questa volta, oltre a Stefano Bontade (condannato a 3 anni e poi assolto in appello, nel 1976, pur rimanendo al soggiorno obbligato fino al febbraio del 1977), anche Gaetano Badalamenti, che era stato invece assolto nel processo di Catanzaro del 1968: don Tano è condannato a 6 anni e 8 mesi di reclusione.

Il "Rapporto dei 114" rappresenta una svolta epocale. Non soltanto per la quantità (e la "qualità"...) dei mafiosi indagati, ma anche perchè per la prima volta gli indiziati vengono accusati di associazione per delinquere "di tipo mafioso", ancorchè tale fattispecie non fosse ancora prevista dal codice penale. Fino a quel momento, infatti, l'accusa rivolta ai mafiosi era quella di associazione a delinquere semplice ex art. 416 del codice penale. Fu Bruno Contrada, dunque, insieme a Boris Giuliano e al capitano Giuseppe Russo, ad usare per la prima volta, ante litteram, questa nuova formula giuridica, "associazione a delinquere di stampo mafioso", che troverà consacrazione soltanto anni dopo nel nuovo art. 416 bis del codice penale: certo non avrebbe potuto immaginare che quest'articolo gliel'avrebbero ritorto proditoriamente contro, e a farlo sarebbe stata, in parte, gente che, proprio per ciò che prevedeva quello stesso articolo, lui aveva in passato perseguito e denunciato...



1972 - Il sequestro di Luciano Cassina


Nel 1972 Totò Riina, che ha già deciso di cominciare a fare terra bruciata intorno agli altri due capi della "Commissione" di Cosa Nostra (da poco ricostituitasi, dopo il processo di Catanzaro) ossia Gaetano Badalamenti e Stefano Bontade, approfitta della temporanea detenzione in carcere di questi ultimi (si trova in carcere, frattanto, anche Luciano Leggio), e progetta il rapimento di Luciano Cassina. Costui è figlio del conte Arturo, che è lo "storico" appaltatore per i servizi di manutenzione delle strade, dell'illuminazione pubblica e delle fogne di Palermo ed è ritenuto vicino a Bontade.
Nell'agosto del 1972 Luciano Cassina viene rapito a Palermo, in via Principe di Belmonte.
Riina vuole certamente incassare i soldi del riscatto, ma intende, in particolare, dimostrare a Badalamenti e Bontade che un loro presunto "protetto" ed amico può essere colpito in qualunque momento e in qualunque modo.
Durante la prigionia di Luciano Cassina, il questore di Palermo, Li Donni, chiede esplicitamente a Bruno Contrada di accompagnarlo alla villa del conte Cassina, a Poggio Ridente. Da un numero di targa fornito da una bambina, Contrada riesce a risalire all'automobile di Leonardo Vitale, che, meno di un anno dopo, scriverà una pagina importante e, per molti versi, unica nella storia di Cosa Nostra, e viene arrestato il 17 agosto 1972, insieme a Pippo Calò, capofamiglia di Porta Nuova, e a Francesco Scrima, picciotto della famiglia di Porta Nuova.
Il riscatto viene esatto da padre Agostino Coppola, un prete appartenente alla famiglia mafiosa di Partinico e Luciano Cassina viene rilasciato, sano e salvo. L'atto dimostrativo è compiuto e sortisce una furente reazione di Bontade e Badalamenti. Solo l'intervento di Luciano Leggio seda questa reazione, scongiurando possibili ritorsioni e, magari, l'inizio di una seconda guerra di mafia: usando tutta la sua arte oratoria, Leggio convince don Tano e don Stefano che si è trattato soltanto di un episodio e che bisogna essere contenti che tutto sia andato per il meglio.



1973 - Il pentimento di Leonardo Vitale


Il 30 marzo 1973 Leonardo Vitale, picciotto della famiglia di Altarello di Baida, nipote del capo della medesima famiglia, Giovan Battista "Titta" Vitale, ed indagato, come abbiamo appena detto, per il rapimento di Luciano Cassina, si presenta spontaneamente alla Squadra Mobile di Palermo e chiede esplicitamente di parlare con il dottor Bruno Contrada, capo della Sezione Investigativa, poichè proprio Contrada si era occupato delle indagini sul sequestro Cassina. Come abbiamo visto poc'anzi, Vitale era stato già arrestato una prima volta per il sequestro Cassina, il 17 agosto 1972, insieme a Pippo Calò e a Francesco Scrima, ma in seguito, il 30 settembre dello stesso anno, i giudici gli avevano concesso la libertà vigilata.
E' proprio mentre si trova in regime di libertà vigilata, dunque, che Vitale chiede di parlare con Contrada. Dichiara di essere stato còlto da una crisi di coscienza per i delitti commessi e di essersi rifugiato nella fede in Dio per trovare conforto e chiedere espiazione. In preda a una sorta di crisi mistica, guardando sempre il Crocifisso e con momenti di pausa quasi estatica, Vitale parla di Cosa Nostra a Contrada, a Tonino De Luca, ad altri funzionari della Squadra Mobile e al capitano dei Carabinieri Giuseppe Russo, tutti convocati all'uopo dallo stesso Contrada. Confessa che suo zio Titta lo ha abituato ad uccidere cominciando col fargli abbattere un cavallo e poi sottoponendolo a prove sempre più crudeli per "forgiarlo"; parla del suo primo delitto (l'assassinio di Vincenzo Mannino in via Tasca Lanza, a Palermo, compiuto insieme a Salvatore Inzerillo, Emanuele La Fiura e Giuseppe Ficarra); parla della sua successiva iniziazione in un casolare di Fondo Uscibene di proprietà di Domenico Guttadauro, ricordando come gli avessero punto un dito con una spina di arancio amaro e avessero poi bruciato un'immagine sacra, facendogli ripetere il "rito sacro dei Beati Paoli" e obbligandolo a baciare in bocca tutti i presenti; parla di altri due delitti da lui commessi (l'omicidio di Pietro Di Marco e di Giuseppe Bologna); elenca i responsabili di numerosi delitti di stampo mafioso, puntando il dito in particolare contro la famiglia di Porta Nuova, comandata da Pippo Calò, e sui suoi killers più feroci, come Francesco Scrima e Antonino Rotolo; parla della strage di viale Lazio del 1969, riferendo come "uno da Villabate che aveva partecipato all'uccisione di Michele Cavataio in viale Lazio, si era montata la testa ed era stato fatto sparire" (Tommaso Buscetta confermerà anni dopo che si trattava di Damiano Caruso, macellaio di Villabate appartenente alla famiglia di Riesi, comandata da Giuseppe Di Cristina: Caruso fu eliminato per volere dei corleonesi, che volevano fare uno sfregio a Di Cristina); traccia l'organigramma di Cosa Nostra, nominando i capi-regione, i capimandamento, i capifamiglia, i capidecina e i picciotti, e descrivendo le loro attività economiche; parla di Liggio, Riina, Provenzano, Bagarella, ed evidenzia in particolare il ruolo preponderante che Riina va progressivamente assumendo all'interno di Cosa Nostra e la sua alleanza col boss di Porta Nuova Pippo Calò, riferendo anche del disappunto che questa "alleanza" aveva suscitato in Stefano Bontade e Salvatore Inzerillo; parla di Stefano Bontade, indicandolo come capofamiglia di una parte di Villagrazia di Palermo (ossia la zona Oreto-Guadagna) al posto del padre Paolino e, soprattutto, come di uno dei capi assoluti; parla di contatti della mafia nell'àmbito della società civile, e fa il nome del democristiano Vito Ciancimino (sottolineando di aver saputo da Pippo Calò dei rapporti dell'ex-sindaco di Palermo con Riina), del dottor Barbaccia, medico del carcere palermitano dell'Ucciardone, dell'assessore al Comune di Palermo Giuseppe Trapani (da Vitale indicato come organico alla famiglia di Porta Nuova, capeggiata da Pippo Calò), del principe Alessandro Vanni Calvello Mantegna di San Vincenzo (in seguito condannato a 25 anni di reclusione in quanto coinvolto in Inghilterra in un traffico internazionale di eroina) , di costruttori, agricoltori e pastori. E' il primo "pentito" di Cosa Nostra.

Qualche anno dopo, nel loro famoso libro Il capo dei capi, dedicato alla vita e alle gesta di Totò Riina e base per uno sceneggiato televisivo di successo, Attilio Bolzoni e Giuseppe D'Avanzo, ricordando quel 30 marzo del 1973, scriveranno che Contrada e De Luca si misero a ridere davanti alle rivelazioni di Vitale, prendendolo per pazzo. Nulla di più falso. E lo dimostra proprio quanto è emerso dal processo Contrada.
Contrada e De Luca, infatti, si rendono conto che Vitale, nonostante lo strano comportamento, è assolutamente lucido e le sue rivelazioni coincidono con una serie di dati in possesso della Squadra Mobile. "Avemmo la prova che Vitale diceva la verità" - dice Contrada, deponendo al processo a suo carico nell'udienza del 4 novembre 1994 - "quando ci parlò dell'omicidio di Pinuzzu Bologna, mafioso della famiglia di Baida-Boccadifalco-Pagliarelli, omicidio sul quale io avevo indagato personalmente. Vitale sapeva cose che solo uno che aveva partecipato all'omicidio poteva sapere, ad esempio che Bologna era morto con una sigaretta in bocca, o che era stata usata una scaletta per salire sul punto da cui erano partiti i colpi, in via Giovanni Evangelista Di Blasi. Sapeva queste cose perchè il killer di Bologna era stato proprio lui".
Dopo questo colloquio, Contrada avvia le indagini per cercare la conferma di quanto Vitale aveva rivelato. "Procedemmo alla ricerca dei riscontri alle dichiarazioni di Leonardo Vitale" - dichiara Contrada durante il processo contro di lui, nell'udienza del 22 novembre 1994 - "e stilammo un rapporto con vari nomi, ma la Procura della Repubblica di Palermo ci ordinò di arrestare soltanto i mafiosi nominati da Vitale che fossero imputati di un reato specifico e non quelli che, pur nominati dal pentito, non fossero imputati in quel momento per alcun reato".
Contrada riferisce immediatamente quanto appreso da Vitale al procuratore della Repubblica di Palermo Giovanni Pizzillo e conduce quindi Vitale dal giudice istruttore Aldo Rizzo, titolare delle indagini sul sequestro Cassina, e consegna al giudice anche un memoriale scritto di proprio pugno da Vitale. In questo memoriale, Vitale scrive, tra l'altro: "Io sono stato preso in giro dalla vita, dal male che mi è piovuto addosso sin da bambino. Poi è venuta la mafia con le sue false leggi, con i suoi falsi ideali: combattere i ladri, aiutare i deboli e, però, uccidere: pazzi! I Beati Paoli, Coriolano della Floresta, la Massoneria, la Giovine Italia, la camorra napoletana e calabrese, Cosa Nostra mi hanno aperto gli occhi su un mondo fatto di delitti e di tutto quanto c'è di peggio perchè si vive lontano da Dio e dalle leggi divine". Vitale scrive ancora: "Bisogna essere mafiosi per avere successo. Questo mi hanno insegnato ed io ho obbedito. (...) La mia colpa è di essere nato in una famiglia di tradizioni mafiose e di essere vissuto in una società dove tutti sono mafiosi e per questo rispettati, mentre quelli che non lo sono vengono disprezzati. (...) I mafiosi sono solo dei delinquenti e della peggior specie. (...) Coloro che li rispettano e li proteggono e che si lasciano corrompere o, peggio ancora, si servono di essi, hanno dimenticato Dio. Si diventa uomini d'onore seguendo i Comandamenti di Dio e non uccidendo e rubando ed incutendo paura". Un altro passaggio del memoriale è di grande importanza: "Seminfermità mentale = male psichico; mafia = male sociale;" - scrive Vitale - "mafia politica = male sociale; autorità corrotte = male sociale; prostituzione = male sociale; sifilide, creste di gallo etc. = male fisico che si ripercuote nella psiche ammalata sin da bambino; crisi religiose = male psichico derivato da questi mali. Questi sono i mali di cui sono rimasto vittima io, Vitale Leonardo, risorto nella fede del vero Dio".
La Squadra Mobile di Palermo, intanto, anzichè prendere per pazzo Vitale come qualcuno avrebbe scritto in seguito, proprio sulla base delle dichiarazioni dell'inatteso "pentito" procede ad una trentina di arresti, in collaborazione, come nel classico stile di Contrada, con i Carabinieri: tra i nomi degli arrestati spiccano quelli di Salvatore Riina, Stefano Bontade, Pippo Calò e Francesco Scrima. Il questore Ferdinando Li Donni e il comandante della Regione Carabinieri Sicilia Carlo Alberto Dalla Chiesa premono sui magistrati perchè gli arrestati siano tenuti tutti in carcere, ma il procuratore Pizzillo ne rilascia alcuni, sostenendo di non aver trovato prove sufficienti a loro carico.
Improvvisamente,
in cella, Vitale comincia a dare segni di squilibrio sempre più evidenti: brucia i suoi vestiti in quanto "comprati con soldi sporchi", con un pezzo di vetro si incide una croce sul petto e si abbandona ad atti di coprofagia. Davanti al giudice si presenta con un rosario in mano e accusa improvvise amnesie. I giudici sospettano che si tratti di una messa in scena: non sanno che il giorno prima Vitale ha saputo dalla madre Rosalia che il suo amatissimo cugino Totò è stato ucciso, e ora teme per la sua vita e per quella di sua madre e di sua sorella. Ma la mafia non vuole Leonardo Vitale morto, in quanto la sua morte rappresenterebbe una sorta di avallo alla veridicità delle sue dichiarazioni: lo vogliono pazzo. Nonostante il perito avesse accertato che la "malattia mentale" che affliggeva Vitale non comportasse nè allucinazioni nè deliri di persecuzione nè altre gravi alterazioni psichiche, e non escludeva la sua capacità di ricordare e raccontare fatti di sua conoscenza, per ben otto volte Leonardo Vitale viene sottoposto all'elettroshock: ogni volta si sveglia sempre più confuso, inizia a balbettare e a zoppicare, dimagrisce a vista d'occhio. Viene internato nel manicomio criminale di Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina. Uscirà nel giugno 1984, per essere ucciso pochi mesi dopo, il 2 dicembre, di ritorno dalla Messa insieme alla madre e alla sorella.
Da poco tempo, Tommaso Buscetta aveva cominciato a collaborare con la giustizia, avallando ad undici anni di distanza quanto affermato da Leonardo Vitale. I magistrati che, anni prima, lo avevano creduto pazzo, riesumano le sue dichiarazioni: è così che, dopo la sua morte, Leonardo Vitale avrà la sua "redenzione" ed entrerà fra i grandi accusatori del primo maxiprocesso a Cosa Nostra. Il 12 maggio 1986 l'Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo emette, per gli omicidi di Leonardo Vitale, di Mario Coniglio (fratello del "pentito" Salvatore), del "pentito" Salvatore Anselmo e di Pietro Busetta (innocente cognato di Tommaso Buscetta), mandato di cattura contro Michele Greco, Giuseppe Greco, Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Bernardo Brusca, Rosario Riccobono (già morto), Giuseppe Calò, Francesco Madonia, Salvatore Ferrara Greco, Salvatore Scaglione, Ignazio Motisi, Andrea Di Carlo, Giusto Picone, Vincenzo Anselmo e Francesco Paolo Anselmo.
Nonostante ciò che sarebbe stato ingiustamente scritto nel Capo dei capi, in quel lontano 1973 solo Bruno Contrada e i suoi più stretti collaboratori avevano capito l'importanza delle dichiarazioni di Vitale. Non furono supportati dai giudici, i quali, per mille motivi, preferirono ritenere Vitale un pazzo mitomane e pensarono soltanto ad una sua messa in scena. Ma Contrada, cui non spettava la decisione sulla sorte di Leonardo Vitale e che non potè far nulla per evitare il triste destino del primo "pentito" di mafia, continuò la sua tenace opera investigativa anche sulla base di quanto Vitale gli aveva rivelato. E il fatto che Vitale avesse voluto parlare proprio con lui dimostrava che Contrada non poteva essere colluso con la mafia. Per quanto instabile fosse, Vitale sapeva molte cose, anche ai livelli più alti e impenetrabili di Cosa Nostra: se avesse saputo che Bruno Contrada poteva essere "amico" di qualche mafioso, o ne avesse avuto anche il minimo sospetto o sentore, certamente non avrebbe chiesto di parlare con lui. Vitale volle parlare con Contrada perchè sapeva che Contrada era il nemico numero uno di Cosa Nostra.



1973


Nell'agosto del 1973 Contrada viene nominato capo della Squadra Mobile.


1974


Il 15 novembre 1974 Contrada invia al questore una nota sulle dichiarazioni di Leonardo Vitale riguardanti il fatto che il principe Alessandro Vanni Calvello Mantegna di San Vincenzo, il dottor Ciaccio e il dottor Lojacono fossero dei mafiosi. In questa nota, Contrada invita la Questura ad esaminare il porto d'armi del principe e vedere se era il caso di revocarlo: in seguito alla nota di Contrada, un decreto prefettizio del 4 maggio 1975 revoca il porto d'armi al principe.


1974 - L'omicidio del maresciallo Angelo Sorino

Il 10 gennaio 1974 viene ucciso il maresciallo di Polizia in pensione Angelo Sorino, per anni in servizio al Commissariato "Libertà" di Palermo: tale commissariato comprendeva anche la zona di San Lorenzo, dove non era ancora stato aperto un ufficio di polizia distaccato. Anche se ormai fuori dal servizio, Sorino continuava a collaborare coi colleghi e aveva redatto una lista con i principali nomi dei componenti della famiglia mafiosa di San Lorenzo, foglietto che gli fu trovato in tasca dopo la sua morte. Sull'omicidio Contrada indaga insieme a Boris Giuliano e a Tonino De Luca e firma un rapporto di denuncia avallato dal giudice istruttore Rocco Chinnici, che procede ai successivi rinvii a giudizio.




1975 - L'uccisione dell'agente della Polizia Gaetano Cappiello e le indagini di Contrada sulla cosca di Rosario Riccobono


Un tentativo di estorsione ai danni di Angelo Randazzo, titolare dell'omonimo negozio di fotottica con sede a Palermo e diverse filiali sia a Palermo che in altre città siciliane, origina una denuncia dello stesso Randazzo alla Squadra Mobile. La notte del 5 luglio 1975 un gruppo di poliziotti si nasconde in un furgone nella borgata di Pallavicino, tra Palermo e Mondello, nel luogo dove Randazzo deve consegnare i soldi agli estortori. Al momento della consegna, l'agente Gaetano Cappiello, della Sezione Investigativa comandata da Vittorio Vasquez, esce allo scoperto per arrestare i due estortori ma viene colpito a morte da uno dei due, Michele Micalizzi. I due estortori riescono a dileguarsi.
"Questa fu un'indagine che io assunsi in prima persona e non con altri"
- ricorda Contrada durante il processo, nell'udienza del 22 novembre 1994 - "il che significò che espletai io personalmente tutti gli atti di polizia giudiziaria, dagli interrogatori ai sopralluoghi, alle perquisizioni, agli accertamenti. Gaetano Cappiello era un ragazzo che mi stava molto a cuore, lo consideravo un figlio. Trovai anche un avvocato di parte civile per la famiglia Cappiello, ossia l'avvocato Francesco Leone, e aiutai finanziariamente la famiglia dell'agente ucciso anche in altre occasioni".
L'uccisione di Gaetano Cappiello scatena Contrada e i suoi in una spietata caccia all'uomo. Contrada raccoglie le fila di un'attività investigativa cominciata l'anno precedente, nel 1974, e aggiunge denunce su denunce ai danni di Rosario Riccobono e della sua famiglia mafiosa. Vediamo il tutto nel dettaglio, partendo dagli atti di polizia giudiziaria precedenti all'omicidio Cappiello:
  1. segnalazione della Squadra Mobile di Palermo, firmata dal dirigente Bruno Contrada in data 10 settembre 1974 e diretta all'Ufficio Misure di Prevenzione della Questura, nella quale Contrada proponeva la misura di prevenzione della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno ed emissione di ordinanza di custodia precauzionale nei confronti di Rosario Riccobono, Antonino Porcelli, Domenico Troia, Salvatore Micalizzi (genero di Riccobono), Vincenzo Severino e Giacomo Liga. Sulla base di questa segnalazione, l'Ufficio Misure di Prevenzione della Questura, con proposta n. 90/112230 del 5 gennaio 1975, propone al Tribunale di Palermo l'applicazione a Rosario Riccobono della misura di prevenzione del soggiorno obbligato con emissione di ordinanza di custodia precauzionale;
  2. rapporto giudiziario n. 74 con cui, il 2 dicembre 1974, il capo della Squadra Mobile di Palermo Bruno Contrada denuncia per tentativi di estorsione i medesimi Rosario Riccobono, Antonino Porcelli, Domenico Troia, Salvatore Micalizzi, Vincenzo Severino e Giacomo Liga e li accusa di appartenere a gruppi di mafia operanti a Palermo, nella zona tra Partanna Mondello, Pallavicino e Tommaso Natale, e di essersi ivi resi responsabili di tentativi di estorsione in danno di operatori economici;
  3. proposta n. 90/112230 del 5 gennaio 1975 con cui l'Ufficio Misure di Prevenzione della Questura, su segnalazione della Squadra Mobile e preciso impulso di Bruno Contrada, propone Rosario Riccobono al Tribunale di Palermo per l'applicazione della misura di prevenzione del soggiorno obbligato con emissione di ordinanza di custodia precauzionale;
  4. rapporto giudiziario di categoria M1/75 con cui, il 4 luglio 1975, il capo della Squadra Mobile di Palermo Bruno Contrada, per l'omicidio dell'agente della Mobile Gaetano Cappiello, denunzia in stato di arresto Michele Micalizzi e Salvatore Davì e denunzia in stato di irreperibilità Antonino Buffa. Nello stesso rapporto, Contrada evidenzia decisamente gli elementi di prova, acquisiti circa la partecipazione ad associazione per delinquere, a carico di Rosario Riccobono, Gaspare Mutolo e Salvatore Micalizzi;
  5. al rapporto precedente vanno correlati altri tre rapporti firmati da Contrada il 3, il 5 ed il 30 luglio 1975. Questi tre rapporti, unitamente a quello del 4 luglio 1975 di cui sopra, costituiscono la premessa per il "rapporto sulla mafia della Costa" di cui parleremo fra poco;
  6. rapporto giudiziario di categoria M1/75 con cui, il 2 agosto 1975, il capo della Squadra Mobile Bruno Contrada riferisce alla Procura della Repubblica di Palermo gli elementi di responsabilità acquisiti, in ordine all'omicidio di Cosimo Filippone (ucciso il 12 maggio 1975), a carico di Rosario Riccobono, Gaspare Mutolo, Michele Micalizzi, Salvatore Micalizzi, Salvatore Davì, Antonino Buffa, Salvatore Ciriminna, Giuseppe Galatolo e Angelo Graziano e firma un rapporto di denuncia contro i suddetti per associazione a delinquere, tentativo di estorsione, danneggiamento mediante uso di esplosivo. Con questo rapporto Contrada, in collaborazione coi Carabinieri, fu il primo a schedare Angelo Graziano come mafioso;
  7. il rapporto del 23 agosto 1975 con cui Contrada denuncia Angelo Graziano e Salvatore Cocuzza per un danneggiamento a scopo estorsivo alla villa di Calogero Adamo in via delle Rose a Mondello e il lancio di un ordigno esplosivo contro la concessionaria Alfa Romeo di quest'ultimo;
  8. rapporto giudiziario di categoria M1/75, altresì noto come "Rapporto sulla mafia della costa", con cui, l'8 settembre 1975, il capo della Squadra Mobile Bruno Contrada denuncia vari appartenenti alle famiglie mafiose di Partanna Mondello, dell'Acquasanta, di Vergine Maria, dell'Arenella e di San Lorenzo. Il rapporto, rimasto una pietra miliare nella storia della Polizia palermitana e non soltanto, nasce dalle indagini sull'omicidio di Angelo La Corte. Sùbito dopo il delitto, la madre di La Corte aveva consegnato a Boris Giuliano un biglietto che il figlio le aveva raccomandato di consegnare alla polizia se lui fosse stato ucciso: dal biglietto era venuto fuori il nome di Pino Greco "Scarpuzzedda" ed erano emersi altri elementi che diedero luogo ad un'azione investigativa ad ampio raggio. Contrada aveva, infine, consacrato gli esiti di queste indagini nel rapporto di cui stiamo trattando. In esso spiccano i nomi di Rosario Riccobono, Gaspare Mutolo, Michele Micalizzi, Salvatore Micalizzi, Salvatore Davì e Antonino Buffa, denunciati come responsabili dell'omicidio dell'agente di polizia Gaetano Cappiello e del tentato omicidio dell'imprenditore Angelo Randazzo e, insieme ai fratelli Domenico, Vincenzo, Francesco, Ignazio, Giovanni ed Angelo Graziano, Giuseppe Galatolo, Giuseppe Greco, Salvatore Cocuzza, Salvatore Ciriminna e altri ancora, denunciati anche come membri di associazione per delinquere di tipo mafioso e, inoltre, per tentata estorsione aggravata, danneggiamento, porto e detenzione abusiva di armi da fuoco. Furono effettuati una ventina di arresti. Il processo che seguì vide condanne pesanti, anche se non a carico di tutti i denunciati. Da sottolineare la presenza nel rapporto dei nomi dei fratelli Graziano: proprio in quel periodo il "pentito" Mutolo vuole che Angelo Graziano abbia messo a disposizione di Contrada un appartamento (ne parleremo nel capitolo intitolato L'appartamento di via Guido Jung e l'amnesia di Francesco Marino Mannoia). Si vede che Graziano era molto grato al capo della Squadra Mobile per averlo denunciato ed arrestato insieme ai suoi fratelli... ;
  9. rapporto giudiziario del 19 novembre 1975 con cui Bruno Contrada denuncia Angelo Graziano per gli omicidi di Salvatore Caramola, Antonino Pedone e Lorenzo La Corte. Lo stesso Contrada, con nota del 16 dicembre 1975, propone per Graziano la misura di prevenzione del soggiorno obbligato e segnala il suo nome al Ministero degli Interni e al consolato statunitense onde impedirgli di ottenere un visto d'ingresso negli USA;
  10. rapporto giudiziario di categoria M1/76 con cui, il 2 agosto 1976, il capo della Squadra Mobile Bruno Contrada denuncia Gaspare Mutolo, già arrestato dagli uomini di Contrada nel maggio dello stesso anno e detenuto per altra causa, quale responsabile di associazione per delinquere di tipo mafioso, tentativo di estorsione in danno di Armando Feo, Diego Serraino, Girolamo Gorgone, Antonino Franzone, Vito Picone, Guido Calefati e Pietro Pisa e per danneggiamenti mediante esplosivo. In casa di Mutolo vengono rinvenuti i numeri di telefono di diversi commercianti e industriali che erano stati vittime di estorsioni Col medesimo rapporto Contrada denuncia Rosario Riccobono, Antonino Buffa, Salvatore Micalizzi (già arrestato dagli uomini di Contrada nell'aprile 1976), Michele Micalizzi, Salvatore Davì, Ferdinando Lo Piccolo, Angelo e Giovan Battista Pipitone, Croce e Domenico Simonetta, Giuseppe e Vincenzo Vallelunga, Calogero e Vito Passalacqua, Erasmo Puccio, Gaetano Ferrante, Giovanni Battaglia e Angelo Graziano (ancora una volta!) per concorso negli stessi reati addebitati a Gaspare Mutolo e come componenti di una vasta organizzazione criminale operante a Partanna Mondello e nelle zone comprese tra Capaci, Carini e Cinisi.
A proposito degli arresti di Gaspare Mutolo e Salvatore Micalizzi, avvenuti, come abbiamo appena ricordato, nel 1976, rievochiamo i due episodi attraverso il racconto di uno dei funzionari di punta della Squadra Mobile diretta da Contrada, Tonino De Luca. Circa l'arresto di Gaspare Mutolo, avvenuto nel maggio 1976, così lo ha descritto De Luca nell'udienza del 28 ottobre 1994:

DE LUCA - "Nel 1976 venimmo a conoscenza del fatto che Gaspare Mutolo si spostava di notte da Partanna, intorno alle due, con una FIAT 500 blu di cui furono segnalati i primi due numeri della targa. Una volante intercettò l'auto, la perse nella zona dell'Uditore e la riprese nuovamente nella stessa zona. Io arrivai sul posto con un'altra volante, intorno alle 8,30 del mattino, e con le due volanti riusciamo a chiudere la 500 in una strada del quartiere di Passo di Rigano. Ci fu una sparatoria. La 500 sbandò e finì contro una farmacia. A bordo c'erano Gaspare Mutolo e Vincenzo Sutera. Li arrestammo e li portammo in Questura. Io informai immediatamente Contrada. Alla Squadra Mobile tutti volevano linciare Mutolo: il più agguerrito di tutti era proprio Bruno Contrada, che inveì contro Mutolo con particolare furia. Ricordo che dovetti prendere Contrada, gridargli contro e allontanarlo di peso."

Dell'arresto di Salvatore Micalizzi, che era avvenuto un mese prima, cioè nell'aprile del 1976, De Luca ricorda, invece, nella medesima udienza, quanto segue:

DE LUCA - "Prima di arrestare Gaspare Mutolo, io e Contrada avevamo arrestato Salvatore Micalizzi in un ristorante di Mondello, il Gambero Rosso. Ci fu una sparatoria nel locale. Con Salvatore Micalizzi c'era anche Mutolo, che, però, riuscì a scappare. Ricordo, tra l'altro, che Contrada volle che quel ristorante rimanesse chiuso per qualche tempo. Conducemmo Salvatore Micalizzi in Questura. Contrada prese dal mio ufficio un quadretto con la foto dell'agente Gaetano Cappiello e lo spaccò in testa a Micalizzi."

Bruno Contrada, dunque, voleva aggredire Gaspare Mutolo dopo che questi era stato arrestato (e ci volle tutta la forza fisica e la capacità di convinzione di Tonino De Luca per fermarlo) e ruppe sulla testa di Salvatore Micalizzi, condotto in Questura, un quadretto con la foto dell'agente Cappiello, ucciso qualche tempo prima. E' il comportamento di un poliziotto colluso? E' l'atteggiamento di un poliziotto impaurito? O è piuttosto la dimostrazione di quale fosse la tenacia, il coinvolgimento e il sacro furore con i quali Contrada perseguì sempre i mafiosi, e in particolare la cosca di quel Rosario Riccobono di cui verrà accusato di essere addirittura un amico e un complice?
"Continuai a seguire la famiglia mafiosa di Riccobono anche negli anni seguenti" - aggiunge Contrada,
nell'udienza del 22 novembre 1994 - "perchè erano dei sanguinari e li ritenevo pericolosissimi". Ma le sue parole, per quanto icastiche ed inequivocabili, ben poco possono aggiungere ai fatti che abbiamo descritto e agli atti acquisiti al processo, che già di per sè dimostrano ampiamente (e ben al di là del fatto che i giudici non ne abbiano voluto tenere conto) quanto Bruno Contrada vivesse la lotta alla mafia come un fatto non soltanto professionale ma personale, con un'abnegazione davvero rara ed encomiabile, che non tollerava punto mezzi termini e mezze misure.



ottobre 1976 - Il passaggio di Contrada alla Criminalpol

Nell'ottobre del 1976, Bruno Contrada viene nominato capo della Criminalpol della Sicilia Occidentale. Alla guida della Squadra Mobile gli subentra il suo vice, Boris Giuliano.
Lo spostamento d'ufficio dei due "gemelli" non interrompe, anzi amplifica, se possibile, la già strettissima collaborazione tra Giuliano e Contrada. Si tratta di una sorta di nuova interpretazione del ruolo della Criminalpol, interpretazione propugnata da Contrada che, dopo essere stato un grande innovatore, ai tempi del suo arrivo a Palermo negli anni '60, per quanto riguardava il servizio delle Volanti (come abbiamo visto prima, la sua "riforma" in tal senso ispirò diverse altre Questure italiane) gioca lo stesso ruolo per ciò che concerne le mansioni della Criminalpol. E' anche per questo motivo, oltre che per i risultati conseguiti e le enormi capacità dimostrate, che il nome di Bruno Contrada viene ancora ricordato come quello del "miglior poliziotto che Palermo abbia mai avuto". Una fama, giusta e meritata, che non è stata scalfita dalla sua
tragedia giudiziaria. La dimostrazione di quanto stiamo affermando sta nella testimonianza delle centinaia fra colleghi, dipendenti e superiori che lo hanno difeso al processo: il dettaglio tecnico lo lasciamo spiegare all'allora commissario Tonino De Luca che, nell'udienza del 28 ottobre 1994, ricorda:

DE LUCA - "La Criminalpol non era tecnicamente un ufficio operativo ma di sola intelligence: il lato operativo era lasciato alla Squadra Mobile. Ma, anche se, per questo motivo, dai rapporti non risultava più la firma di Bruno Contrada ma quella di Boris Giuliano, che era appunto il capo della Squadra Mobile, ciò non vuol dire che Contrada non collaborasse. Anzi, al contrario, Contrada lavorava moltissimo. (...) La collaborazione fra la Criminalpol di Contrada e la Squadra Mobile di Giuliano era piena, fattiva e costante. La sera c'incontravamo spesso io, Contrada, Giuliano, D'Antone, Speranza e Vasquez. Altrettanto spesso Contrada scendeva nell'ufficio di Giuliano per parlare di lavoro."

Alcuni fra i migliori risultati di questa simbiosi fra Criminalpol e Squadra Mobile, nuova e assolutamente rivoluzionaria, vengono ricordati dallo stesso De Luca. Su tutti spiccano le indagini e le operazioni contro il gruppo Savoca ed il gruppo di Matteo Sollena.

Ma c'è un altro punto importante nella gestione della Criminalpol da parte di Bruno Contrada. Nel nuovo incarico l'ex-capo della Squadra Mobile trasferisce di sana pianta, oltre, ovviamente, alla sua competenza e alla sua esperienza, anche uno dei capisaldi della sua vita professionale: la piena collaborazione fra tutte le forze dell'ordine. Contrada era sempre stato particolarmente legato all'Arma dei Carabinieri: aveva lavorato in perfetta armonia con nomi storici della Benemerita come Carlo Alberto Dalla Chiesa e Giuseppe Russo, aveva sempre cercato ed ottenuto la collaborazione dei Carabinieri e da questi era tenuto in altissima considerazione. Adesso, dagli uffici della Criminalpol, Contrada rafforza questa vera e propria simbiosi e, se possibile, allarga ulteriormente gli orizzonti. Nel 1980 sarà proprio lui a prendere l'iniziativa di creare e a coordinare un gruppo interforze denominato GMI (Gruppo Misto di Intervento), composto da elementi scelti della Polizia di Stato, dei Carabinieri e della Guardia di Finanza. Questo gruppo si dedica particolarmente alle indagini sul traffico internazionale di stupefacenti, raggiungendo risultati di grande rilievo, ed effettua una schedatura completa delle famiglie mafiose, ricostruendo, con dovizia di particolari, organigrammi e patrimoni e fornendo così del materiale prezioso di cui si avvalse in più occasioni anche Giovanni Falcone (che, ovviamente, secondo l'accusa, invece, diffidava di Contrada...).




1977 - L'omicidio del tenente colonnello Giuseppe Russo


Il 20 agosto 1977, presso il bosco della Ficuzza, viene ucciso il tenente colonnello dei Carabinieri Giuseppe Russo. Con lui muore anche l'insegnante Filippo Costa. Contrada, con la collaborazione del maggiore Antonio Subranni, comandante del Reparto Operativo dei Carabinieri di Palermo, individua una pista legata all'appalto per la costruzione della diga Garcia e scopre che Russo, nonostante fosse in convalescenza dal novembre del 1976 e avesse addirittura intenzione di chiedere il congedo alla fine della convalescenza (pare che si fosse anche rivolto a Nino Salvo per ottenere un finanziamento onde aprire un'attività propria), si era attivato per difendere dai ricatti di Cosa Nostra un'impresa edile che si era aggiudicata l'appalto in maniera lecita.


1979 - L'omicidio di Mario Francese


Contrada collabora strettamente con Giuliano.



1979 - L'omicidio di Michele Reina


Il 9 marzo 1979, in viale delle Alpi, a Palermo, viene ucciso Michele Reina, segretario provinciale della Democrazia Cristiana. Sul delitto Contrada indaga insieme a Boris Giuliano.



1979 - Tommaso Scaduto


Le indagini coinvolgono anche
Tano Badalamenti in ordine al sequestro Montanari.



1979 - L'omicidio del vicequestore Boris Giuliano


Il 21 luglio 1979, il capo della Squadra Mobile di Palermo, Boris Giuliano, mentre sta prendendo un caffè al bar Lux di via Francesco Paolo Di Blasi, a Palermo, poco prima di recarsi al lavoro, viene ucciso da un killer della mafia. Il secondo membro del gruppo di fuoco attende in automobile. Il giorno dopo, Bruno Contrada, mantenendo il ruolo di dirigente della Criminalpol, viene richiamato a dirigere ad interim la Squadra Mobile. Tutti, dal questore di Palermo Giovanni Epifanio al capo della Polizia Giovanni Rinaldo Coronas fino al ministro degli Interni, concordano sul fatto che Bruno Contrada sia l'unico funzionario in grado di risollevare la Squadra Mobile di Palermo dallo choc subìto per l'omicidio a sangue freddo del proprio capo. Agenti, sottufficiali e funzionari si mostrano immediatamente contenti del ritorno di Contrada alla Mobile. Non protesta neppure Tonino De Luca, il vicecapo della Mobile, che, secondo la prassi, avrebbe dovuto subentrare come dirigente.
Attorno alla figura carismatica di Bruno Contrada, tutta la Squadra Mobile si raccoglie e si concentra sulle indagini. Contrada si avvale principalmente della collaborazione di Tonino De Luca, Vittorio Vasquez e Paolo Moscarelli. Da Catania partecipa anche Francesco Cipolla, capo della Criminalpol della Sicilia Orientale ma per anni collega di Giuliano e Contrada alla Squadra Mobile di Palermo.

Le indagini partono proprio dal punto in cui Giuliano era stato tragicamente interrotto. Tre sono i filoni investigativi che Giuliano stava seguendo:

1.
le indagini sulla rapina all'agenzia della Cassa di Risparmio di via Mariano Stabile, a Palermo, avvenuta il 7 aprile 1979, rapina in cui resta ucciso il metronotte Sgroi. Il capo della Sezione Antirapine della Squadra Mobile, Paolo Moscarelli, riceve tramite una soffiata la notizia che tra gli autori della rapina alla Cassa di Risparmio ci sarebbero Pietro Marchese, Pino Greco "Scarpuzzedda" e uno degli Spitalieri. I tre vengono in seguito riconosciuti dagli stessi impiegati della banca rapinata e persino da una turista inglese che si trovava per caso sul luogo del misfatto;

2.
l'8 luglio la Squadra Mobile diretta da Giuliano, in collaborazione con la Criminalpol diretta da Contrada, scopre a Palermo due covi mafiosi. Il covo di corso dei Mille è camuffato da bottega dove si rifanno tappezzerie per auto, e in esso i poliziotti trovano ingenti quantità di armi e di danaro, tra cui alcune banconote "civetta" provenienti dal bottino della rapina alla Cassa di Risparmio. Il covo di via Pecori Giraldi è una casa che sembra appartenere a Leoluca Bagarella, e anche qui vengono trovati danaro e armi. In particolare, durante la perquisizione di quest'ultimo covo vengono sequestrati anche quattro chili di eroina e vengono arrestati Antonino Gioè e Antonino Marchese, nipote del boss di corso dei Mille Filippo Marchese. La famiglia Marchese è una delle principali in seno a Cosa Nostra. Di particolare rilievo il suo collegamento con la famiglia dei Di Carlo di Altofonte: proprio questo collegamento verrà di lì a poco scoperto dal capitano dei Carabinieri Emanuele Basile che, in questo modo, firmerà la sua condanna a morte;

3.
infine, la scoperta di un traffico internazionale di stupefacenti tra Italia e Stati Uniti, col sequestro all'aeroporto di Punta Raisi di due valigie contenenti cinquecentomila dollari, avvenuto proprio mentre all'aeroporto Kennedy di New York la polizia americana sequestrava una partita di eroina, proveniente da Palermo, per un valore di dieci miliardi di lire.

Giuliano aveva intuito che gli episodi erano collegati fra loro e che questo collegamento poteva portare ad infliggere a Cosa Nostra un colpo mortale. La rilevanza delle indagini di Giuliano era stata confermata anche da un episodio inquietante:
il 30 aprile 1979 una telefonata anonima in Questura aveva annunciato "Giuliano morirà". Boris Giuliano non si lascia intimidire e purtroppo la telefonata si rivela profetica.
Contrada era a conoscenza delle indagini di Giuliano, dato che, nonostante le farneticanti ipotesi avanzate da qualcuno circa una presunta diffidenza di Giuliano nei confronti dello stesso Contrada,
entrambi avevano sempre lavorato in perfetta simbiosi. Proprio collegando tutti questi elementi, di cui era perfettamente a conoscenza, Contrada completa il lavoro di Giuliano: il covo di corso dei Mille ricadeva nella zona controllata dalla famiglia facente capo a Filippo Marchese; Giuliano, come abbiamo visto, l'8 luglio 1979 aveva arrestato il nipote di quest'ultimo, Antonino Marchese; Contrada aveva anche individuato in Pietro Marchese uno degli autori della rapina di via Mariano Stabile; in più, mentre Giuliano era ancora vivo, lo stesso Contrada, sulla base di una perizia fonica, aveva individuato proprio in Pietro Marchese l'autore di una telefonata minatoria giunta a Boris Giuliano alla Squadra Mobile e lo aveva fatto arrestare. Nelle tasche di Pietro Marchese era stata trovata una bolletta dell'ENEL che si riferiva al covo di via Pecori Giraldi. Contrada punta, dunque, dritto sulla famiglia Marchese. Chiede al questore Giovanni Epifanio che Marcello Immordino e il capitano Venezia, addetto di Polizia presso il porto di Palermo, che avevano entrambi collaborato con Giuliano alla scoperta del covo di via Pecori Giraldi, vengano distaccati temporaneamente presso la Criminalpol da lui diretta.
Il lavoro di Contrada e dei suoi uomini è talmente preciso e puntuale che, ben presto, lo stesso Contrada riceve minacce di morte. Sulla saracinesca del bar Lux, triste proscenio della tragica morte di Giuliano, viene, infatti, ritrovato un biglietto indirizzato a Siragusa, proprietario del bar, con su scritto: "Morirai tu e Contrada".



1979 - Gli omicidi di Cesare Terranova e di Lenin Mancuso


Durante la sua direzione congiunta della Criminalpol e della Squadra Mobile, Bruno Contrada indaga anche sull'assassinio del giudice istruttore Cesare Terranova e del suo autista, il maresciallo della Polizia Lenin Mancuso, uccisi in un agguato di stampo mafioso in via Edmondo De Amicis, a Palermo, il 25 settembre 1979. Proprio Contrada è uno dei primi ad arrivare sul luogo dell'eccidio.
Le sue indagini, condotte in collaborazione con la procura della Repubblica di Reggio Calabria, competente per materia, partono da un'idea ben precisa: Contrada è convinto che Terranova, già in passato pericoloso avversario di Cosa Nostra come giudice istruttore, abbia definitivamente scritto la propria condanna a morte rilasciando nei giorni precedenti
due interviste dai toni particolarmente accesi e proclamando la sua intenzione di candidarsi a consigliere istruttore presso la Corte d'Appello di Palermo. La direzione seguita da Contrada porta direttamente ai "corleonesi" e conduce il capo della Criminalpol e della Squadra Mobile a denunciare come mandante Luciano Leggio: questi verrà poi assolto nel susseguente processo, ma, anni dopo, per il duplice omicidio Terranova-Mancuso verranno condannati in via definitiva Totò Riina, Nenè Geraci, Michele Greco e Francesco Madonia. La condanna di Riina come principale mandante dimostra che, ancora una volta, Contrada aveva visto giusto.



1980 - L'omicidio di Piersanti Mattarella


Il 6 gennaio 1980 il presidente della Regione Siciliana Piersanti Mattarella, influente esponente della Democrazia Cristiana, viene ucciso a bordo della sua Fiat 132 nel vialetto d'ingresso della sua casa di via Libertà, a Palermo. Con lui, in quel momento, si trovava la moglie Irma.
Nella riunione del comitato per la pubblica sicurezza, convocata immediatamente con la partecipazione straordinaria di due esperti antiterrorismo giunti tempestivamente da Roma, Contrada è l'unico a dissociarsi dalla prima interpretazione dei fatti suggerita da tutti: la presenza dei due esperti antiterrorismo era stata infatti richiesta perchè tutti erano convinti che l'agguato al presidente della Regione non fosse di stampo mafioso ma di matrice terroristica. Contrada, al contrario, è fermamente convinto che la mano che ha armato i killers di Mattarella sia quella di Cosa Nostra. La prima traccia che Contrada segue porta a degli appalti per lavori in sei scuole, assegnati, per un ammontare di 6 miliardi di lire, prima che si svolgesse una regolare gara: Mattarella aveva pubblicamente dichiarato di voler intervenire in materia. Contrada chiede e ottiene dal sostituto procuratore della Repubblica di Palermo Pietro Grasso, che conduce l'istruttoria, il sequestro degli atti relativi a quegli appalti. Scavando ancora più a fondo, Contrada comincia ad intravedere l'ombra degli esattori Nino e Ignazio Salvo, che stavano per essere colpiti nei loro interessi dalla politica che Mattarella aveva avviato in relazione alla gestione delle imposte dirette in Sicilia.
Nel frattempo,
l'1 febbraio 1980, viene nominato capo della Squadra Mobile di Palermo Giuseppe Impallomeni. Contrada cessa dunque la sua direzione interinale della Squadra Mobile e torna a dirigere soltanto la Criminalpol della Sicilia Occidentale, ma, anche se la guida delle indagini sull'omicidio Mattarella è in mano ad Impallomeni, nuovo capo della polizia giudiziaria palermitana, dalla Criminalpol Contrada continua a seguire gli sviluppi delle indagini e non interrompe la sua febbrile attività di ricerca. Partendo dalle dichiarazioni di Irma Mattarella, vedova del presidente della Regione e, come abbiamo visto, unica testimone oculare del delitto, che aveva fornito una sommaria descrizione dei sicari che hanno ucciso il marito, Contrada e il questore Giuseppe Nicolicchia ritengono di poter ravvisare in quella descrizione Salvatore Inzerillo junior, parente del boss Totò Inzerillo che verrà ucciso dai "corleonesi" l'anno successivo. Siamo ormai ai primi di agosto del 1980, sùbito dopo l'omicidio del procuratore della Repubblica di Palermo Gaetano Costa: Inzerillo junior era stato notato dalle parti di via Cavour, luogo dell'agguato dove, il 6 agosto, era caduto il procuratore Costa. Il 13 agosto del 1980, in una missione autorizzata dal questore Nicolicchia, dal prefetto di Palermo e dal ministro degli Interni, il democristiano Virginio Rognoni. Contrada vola a Londra per mostrare alcune foto di Inzerillo junior ad Irma Mattarella, frattanto spostatasi nella capitale britannica: all'aeroporto di Heathrow va a prenderlo Sergio Mattarella, fratello del presidente ucciso. In albergo, Irma Mattarella riconosce soltanto alcuni particolari: secondo lei la fronte e il naso di Inzerillo coincidono con quelli del killer che aveva sparato al marito, ma i capelli sono diversi e così anche la parte inferiore del volto. In un primo momento, Contrada teme che Irma sia titubante in quanto impaurita dalla possibilità di un confronto diretto con l'uomo della foto e decide di uscire per qualche ora, lasciando la foto a Sergio Mattarella. Tornato in albergo dopo qualche ora, Contrada rassicura Irma dicendole che non ci sarebbe stato alcun confronto con Inzerillo junior, ma, nonostante ciò, la vedova Mattarella continua a non riconoscere nella foto il killer del marito.
La missione londinese di Bruno Contrada diventerà, di lì a qualche anno, oggetto di uno dei vari articoli calunniosi rivolti da certa stampa nei confronti dell'ex-capo della Squadra Mobile e della Criminalpol di Palermo. Il 7 agosto 1989, infatti, Roberto Chiodi, attingendo informazioni chissà da dove e con una precisione degna di un dentista col morbo di Parkinson, scrive su "L'Espresso":
"nel 1986 l'agente segreto Bruno Contrada si era recato segretamente a Londra per mostrare alla vedova Mattarella la foto di
Mario Prestifilippo e costringerla a riconoscerlo come killer del marito, onde proteggere i terroristi neri Valerio Fioravanti e Cavallino, sospettati di essere i reali assassini di Piersanti Mattarella". Come potrà notare anche il più distratto e superficiale dei lettori, usando in maniera neppure faticosa ed eccessiva la semplice diligenza del buon pater familias, il raccontino di Chiodi contiene quattro errori da matita blu:
  1. il viaggio di Contrada a Londra avvenne nel 1980 e non nel 1986. Una volta forse no, ma oggi, con le tecniche moderne, in sei anni si costruisce e si distrugge non solo Roma ma "tutta la Romagna", come direbbe il principe De Curtis, in arte Totò. In quei sei anni Contrada era passato (come vedremo fra breve, continuando a scorrerne la carriera) dalla Polizia Giudiziaria palermitana all'Alto Commissariato Antimafia e poi al SISDE: ecco che, crogiolandosi nella solita, barocca ricerca del "meraviglioso" e dello sconvolgente, tipica dei giornalisti, Chiodi può scrivere, raggiungendo evidentemente la pace dei sensi, "l'agente segreto" Bruno Contrada e non semplicemente "Bruno Contrada". Così fa più effetto, no? La gente legge "agente segreto" e comincia ad immaginare: ma la fantasia, stimolata in maniera sì malsana, non conduce ai tratti somatici di Sean Connery o di Roger Moore nei panni della creatura di Ian Fleming, bensì a scenari di deviazioni e corruzioni cui, peraltro, una parte dei servizi segreti italiani ci ha davvero abituato, come la storia repubblicana dimostra;
  2. Contrada porta a Londra con sè (non sappiamo se in valigia o dentro il bagaglio a mano...) non la foto di Mario Prestifilippo, come scrive Chiodi, ma quella di Salvatore Inzerillo junior. Inzerillo e Prestifilippo non sono neppure parenti, figuriamoci se possono essere gemelli. E' come scambiare Lenchantin de Goubernatis per un sanculotto all'opera durante la Rivoluzione Francese;
  3. il viaggio di Contrada a Londra non si svolge "segretamente" (ancora questa cupio dissolvi di certa stampa: "agente segreto", "segretamente" e via occultando...). Quel viaggio, come abbiamo visto, era stato autorizzato dal questore di Palermo, dal prefetto di Palermo e dal ministro degli Interni. Certo, mancava soltanto l'autorizzazione pontificia, ma per quella si doveva aspettare troppo...
  4. Contrada non "costrinse" nessuno a riconoscere nessuno. Non è vero che pretendeva a tutti i costi che Irma Mattarella riconoscesse l'uomo della foto segnaletica. Se avesse davvero inteso esercitare un qualsivoglia genere di pressione, sarebbe stato davvero così poco intelligente da farlo in presenza di terzi, leggasi Sergio Mattarella?
C'è solo un elemento sul quale Chiodi può vantare qualche sparuta ragione: nel suo articolo del 1989, il giornalista parla di Mario Prestifilippo perchè tre anni prima, nel 1986, il "pentito" Antonio Galati aveva indicato ai Carabinieri, come esecutori materiali dell'omicidio di Mattarella, proprio Mario Prestifilippo e Giuseppe Lucchese, ossia due dei più spietati killers dei famigerati gruppi di fuoco dei "corleonesi". Questo potrebbe, forse, valere a Chiodi un segnetto rosso fra tanti errori blu commessi nell'articolo sopracitato. Ma gli errori restano. Infatti, a mostrare la foto di Prestifilippo e Lucchese, nonchè dello stesso Galati, a Irma Mattarella non fu Bruno Contrada ma furono i Carabinieri. "Una volta incontrai a Napoli il colonnello De Gregorio dei Carabinieri" - ricorda Contrada durante il suo processo, nell'udienza del 22 novembre 1994 - "e lui, avendo letto l'articolo de 'L'Espresso', mi chiese, a proposito della foto di Prestifilippo: 'Ma cosa c'entri tu in questa vicenda?', alludendo al fatto che erano stati i Carabinieri a mostrare ad Irma Mattarella quella foto".
Roberto Chiodi, peraltro, non si esimerà dal fornire,
nel medesimo articolo, delle originali e personali versioni anche di altri fatti: affermerà, infatti, che Contrada fu il funzionario di polizia che aveva ricevuto la confidenza del libanese Bou Chebel Ghassan su un imminente attentato della mafia con un'autobomba (Cosa Nostra, il 29 luglio 1983, farà effettivamente esplodere una macchina piena di tritolo davanti alla casa del giudice Chinnici, ma il poliziotto che aveva ricevuto la "soffiata" dal libanese non era Contrada bensì Tonino De Luca, come lui stesso ha confermato durante il processo Contrada e in altre occasioni); Chiodi scriverà anche di un certo sorriso di cui avremo occasione di parlare più avanti, un sorriso al confronto del quale quello della Gioconda appare un gioco da ragazzi. "In seguito a quell'articolo de "L'Espresso" del 7 agosto 1989" - prosegue Contrada, sempre nell'udienza del suo processo appena citata - "mi convinsi che si stava macchinando qualcosa contro di me e consegnai una mia memoria difensiva al giudice Misiani, in servizio presso l'Alto Commissariato Antimafia a Roma. Nel suo articolo, Chiodi sostiene che io avrei addirittura collaborato con Bou Chebel Ghassan nel favorire e agevolare la strage di via Pipitone Federico (nella quale fu ucciso, appunto, il giudice Chinnici, nda)".
Quest'ultima illazione di Chiodi va a tal punto al di là di ogni umana possibilità di farneticazione che, pur in un coacervo di parti plurigemellari di menti contorte qual è stato il processo Contrada, non ha trovato neppure posto fra i vari capi d'accusa. Nè poteva, ovviamente, trovarlo.
Con questo non intendiamo negare il valore di Roberto Chiodi come giornalista in generale. Lungi da noi, e non ce ne voglia il buon Chiodi. Ma quando si sbaglia, si sbaglia. E poi, è ormai storia la marcia indietro fatta
in materia dallo stesso Chiodi proprio durante il processo Contrada. E questo, naturalmente, gli fa onore.
Senza ironia.



1980 - Il porto d'armi del principe Alessandro Vanni Calvello


Durante le prime indagini sul delitto Giuliano, dunque ancora nel periodo della direzione interinale della Mobile da parte di Contrada, era venuto fuori il nome del principe Alessandro Vanni Calvello Mantegna di San Vincenzo. Contestualmente, dalle indagini sul falso rapimento di Michele Sindona, era emerso, invece, il nome di Pietro Vanni Calvello Mantegna di San Vincenzo. Alessandro e Pietro Vanni Calvello Mantegna di San Vincenzo avevano costituito una società di fatto con Francesco Di Carlo per la gestione del ristorante e discoteca "Il Castello" di San Nicola L'Arena, vicino Trabia, ad una trentina di chilometri da Palermo.
Il 22 marzo 1980 Contrada invia al Questore una nota nella quale evidenzia i rapporti del principe Alessandro Vanni Calvello con alcuni mafiosi e, avendo il principe nuovamente ottenuto il porto d'armi, invita la Questura a vedere ancora una volta se è il caso di revocare tale porto d'armi. In un'altra nota del 18 ottobre 1980, Contrada riassume le indagini della Questura di Palermo sul principe Alessandro, dalle quali non era emerso nulla di particolarmente grave contro il nobile: Contrada ed il questore Giuseppe Nicolicchia, di comune accordo, decidono di lasciare il porto d'armi a Calvello per non insospettirlo, considerando che, in ogni caso, glielo avrebbero potuto revocare in qualsiasi momento. Il 22 ottobre 1980 il questore Nicolicchia spedisce una nota in prefettura e poi parla col prefetto Girolamo Di Giovanni: questore e prefetto convengono anch'essi di lasciare al principe il suo porto d'armi.



1980 - L'omicidio del capitano Emanuele Basile


Il capitano Emanuele Basile, comandante della Compagnia dei Carabinieri di Monreale, colui che, come abbiamo visto poc'anzi, aveva scoperto, seguendo la pista indicata da Boris Giuliano, il collegamento fra la famiglia Marchese di Palermo e la famiglia Di Carlo di Altofonte, viene per questo motivo assassinato proprio a Monreale il 3 maggio 1980.
Contrada, tornato a dirigere soltanto la Criminalpol della Sicilia Occidentale, individua sùbito il nesso fra quest'omicidio e quello di Boris Giuliano, avvenuto meno di un anno prima.



1980 - L'uccisione del procuratore Gaetano Costa

Il 6 agosto 1980, in via Cavour, a Palermo, a pochi passi dal cinema "Excelsior", trova la morte il procuratore della Repubblica Gaetano Costa. Sul versante giudiziario, le indagini spettano per competenza territoriale a Catania, e se ne incaricano il procuratore capo della Repubblica Scalia e il giudice istruttore Cardaci: non potendo costoro avere una visione completa del quadro mafioso della Sicilia occidentale, Contrada, come capo della Criminalpol palermitana, pur non avendone il dovere, ritenne di dover mandare un rapporto sulle cosche palermitane alla Procura di Catania il 15 dicembre 1980. E' lui stesso a portare a Catania il rapporto, che, oltre alla sua firma, porta anche quella del capo della Squadra Mobile di Palermo Giuseppe Impallomeni e del capo del Nucleo Operativo dei Carabinieri di Palermo, Santo Rizzo (questi ultimi due titolari ufficiali delle indagini sull'omicidio del procuratore Costa). Il rapporto inizia con una premessa generale sulla mafia e sui delitti "eccellenti" avvenuti a Palermo fino a quel momento, passando poi ad analizzare le relazioni fra mafia siciliana e mafia americana e facendo, a questo proposito, il nome di Salvatore Inzerillo senior, e delle famiglie Spatola, Di Maggio e Gambino: proprio su queste famiglie Contrada indagava in quel periodo su delega dell'Ufficio Istruzione del Tribunale di Roma, ed è per questo che, alla fine del rapporto, le indica come mandanti dell'omicidio del procuratore Costa. Secondo Contrada, la fine di Costa sarebbe stata determinata dal rigore con il quale il procuratore aveva convalidato tutti gli arresti, per la precisione 28, effettuati dalla Squadra Mobile di Palermo nell'operazione del 5 maggio 1980. Dopo la morte di Costa, tra agosto e novembre del 1980, 16 dei 28 arrestati furono scarcerati.
"Prima di portare questo rapporto a Scalia" - racconta Contrada durante il processo a suo carico, nell'udienza del 22 novembre 1994 - "ritenni opportuno, per deferenza, farlo leggere al sostituto procuratore della Repubblica di Palermo Giusto Sciacchitano, che si era occupato delle indagini sulla famiglia Spatola prima che le avocasse a sè il nuovo procuratore di Palermo, Vincenzo Pajno. Seppi poi che quanto avevo descritto nel rapporto aveva formato oggetto di un esposto di tutti i sostituti procuratori di Palermo al Consiglio Superiore della Magistratura. Quest'esposto si riferiva al blitz del 5 maggio 1980 (scippatomi dal questore Immordino) e in esso si affermava che il procuratore Costa seppe di quest'operazione soltanto dopo e lo seppe addirittura dai giornali. Vorrei sottolineare ancora una volta che io non avevo alcun dovere di fare quel rapporto del 15 dicembre 1980, perchè le indagini le seguivano il capo della Squadra Mobile Impallomeni e il capo del Nucleo Operativo dei Carabinieri di Palermo Santo Rizzo. Avrebbero dovuto pensarci loro, ma non lo fecero. Io pensai di fare questo rapporto per dare il mio contributo alle indagini e, comunque, feci firmare ugualmente il rapporto a Impallomeni e Rizzo".


1980 - L'operazione antidroga contro il gruppo di Gerlando Alberti

La Criminalpol di Bruno Contrada scopre due raffinerie di droga a Trabia e a Villagrazia di Carini, due punti opposti della provincia di Palermo e arresta, fra gli altri, Gerlando Alberti. Pedinando il chimico francese Bousquet fino ad un albergo di Carini, Contrada e i suoi riescono quindi ad arrestare anche gli altri complici e a sgominare definitivamente una pericolosa centrale del traffico internazionale di stupefacenti. Quando, qualche tempo dopo, l'albergatore di Carini, Iannì, fu ucciso, fu proprio Contrada a risalire a Gerlando Alberti e a incastrarlo quale mandante dell'omicidio, che lo stesso Alberti aveva commissionato dal carcere.


1981 - Il r
apporto del 7 febbraio 1981 sul delitto Giuliano e sul delitto Basile

Con questo rapporto (approvato e firmato anche dai due responsabili della polizia giudiziaria di Palermo, il capo della Squadra Mobile Giuseppe Impallomeni per la Polizia di Stato ed il maggiore Santo Rizzo, comandante del Nucleo Operativo dei Carabinieri di Palermo) Bruno Contrada denuncia per associazione a delinquere di stampo mafioso e concorso in omicidio una trentina di criminali, già responsabili quasi tutti di gravissimi delitti e che, negli anni successivi, avendo nel frattempo riacquistata la libertà o essendo rimasti latitanti, avrebbero perpetrato ancor più efferati crimini o sarebbero rimasti vittime dei cruenti scontri tra cosche avverse. Tra i denunziati spiccano i nomi del cognato di Totò Riina Leoluca Bagarella (accusato di essere il killer di Boris Giuliano), Giacomo Bentivegna (accusato di essere colui che attendeva Bagarella in auto fuori dal bar Lux quel tragico 21 luglio del 1979), e inoltre i nomi di Vincenzo, Filippo ed Antonino Marchese (rispettivamente padre, zio e fratello di Giuseppe Marchese, uno dei "pentiti" che, anni dopo, accuseranno Contrada: da notare in particolare il nome di quello stesso Filippo Marchese a cui, secondo Giuseppe Marchese, Contrada avrebbe fatto la soffiata sulla fantomatica perquisizione nel covo di Riina. Come no? Proprio nello stesso momento in cui lo denunciava...). Ma leggiamo l'intera lista dei denunciati:

  1. Pietro Marchese di Saverio, classe 1949;
  2. Giuseppe Greco "Scarpuzzedda" di Nicolò, classe 1952;
  3. Giovannello Greco di Salvatore, classe 1956;
  4. Rosario Spitalieri di Salvatore, classe 1952;
  5. Girolamo Mondello di Giovanni, classe 1955;
  6. Giovanni Mondello fu Girolamo, classe 1932;
  7. Antonino Marchese di Vincenzo, classe 1957;
  8. Antonino Gioè di Ottavio, classe 1948;
  9. Leoluca Bagarella di Salvatore, classe 1942;
  10. Giacomo Bentivegna di Pietro, classe 1949;
  11. Filippo Marchese fu Gregorio, classe 1938;
  12. Vincenzo Marchese fu Gregorio, classe 1925;
  13. Gregorio Marchese di Saverio, classe 1944;
  14. Ignazio Pullarà di Santo, classe 1936;
  15. Giuseppe Vernengo di Cosimo, classe 1935;
  16. Francesco Di Carlo di Salvatore, classe 1941;
  17. Giulio Di Carlo di Salvatore, classe 1935;
  18. Andrea Di Carlo di Salvatore, classe 1945;
  19. Salvatore Lo Nigro di Francesco Paolo, classe 1928;
  20. Giuseppe Lo Nigro di Gaspare, classe 1939;
  21. Salvatore Bruccoleri fu Angelo, classe 1943;
  22. Giacomo Riina fu Salvatore, classe 1908;
  23. Gregorio Agrigento di Romualdo, classe 1935;
  24. Rosario Anselmo fu Francesco Paolo, classe 1935;
  25. Giuseppe Leggio di Francesco, classe 1935;
  26. Benedetto Capizzi fu Gioacchino, classe 1944;
  27. Antonino Pipitone di Domenico, classe 1929;
  28. Tommaso Cannella fu Pietro, classe 1940;
  29. Armando Bonanno di Francesco, classe 1941;
  30. Giuseppe Madonia di Francesco, classe 1954;
  31. Vincenzo Puccio fu Salvatore, classe 1945;
  32. Gaetano Fiore fu Antonio, classe 1931.
Le indagini riconducono anche a Pietro Greco, ai fratelli Gregorio e Giuseppe Agrigento, a Benedetto Capizzi, Ignazio Pullarà, Antonino Gioè, Giuseppe Madonna, Armando Bonanno, Vincenzo Puccio, Antonino Pipitone e Tommaso Cannella.
Qualcuno di questi (Pietro Greco e Vincenzo Puccio) sarà ucciso e qualcuno si ucciderà in carcere.
Il rapporto di Contrada verrà avallato senza riserve dal giudice istruttore Paolo Borsellino, che collaborò, dunque, con Contrada, contrariamente a quanto qualcuno dirà in seguito... Infatti Borsellino, basandosi sulle denunce fatte da Contrada, spiccherà, il 27 giugno 1981, quindici mandati di cattura, tra i quali quelli a carico di Vincenzo, Pietro e Filippo Marchese (ancora lui) per associazione a delinquere, omicidio e altro ancora. Nel provvedimento il giudice Borsellino elogia senza mezzi termini il lavoro di Contrada: "Avuto riguardo alle risultanze delle laboriose indagini di polizia giudiziaria espletate, tenuto altresì conto dell'accertata esistenza di idonea causale per la consumazione degli omicidi Giuliano e Basile e della particolare posizione, nell'àmbito dell'associazione e nelle circostanze di tempo in cui essi furono commessi, di coloro ai quali gli omicidi medesimi ed i reati connessi vengono contestati..." e così via, confermando l'eccezionale mole di elementi forniti da Bruno Contrada.
Il rapporto del 7 febbraio 1981 sarà l'abbrivio di un processo che si concluderà con successo nel 1995, quando lo stesso Bruno Contrada (all'epoca detenuto in regime di carcerazione preventiva nell'àmbito del processo a suo carico) renderà la testimonianza decisiva per determinare il verdetto di condanna per gli assassini del suo vecchio amico e compagno Boris Giuliano. Contrada, a coronamento del lavoro iniziato nel 1979, condurrà, così, per mano all'ergastolo Leoluca Bagarella, il cognato del capo incontrastato di Cosa Nostra, Totò Riina, che qualcuno vorrebbe, invece, essere stato destinatario di "favori" e "soffiate" da parte dello stesso ex-capo della Squadra Mobile e della Criminalpol di Palermo.

Anche questo rapporto di polizia giudiziaria, come gli altri, redatti da Contrada, che abbiamo analizzato in precedenza, rappresenta una svolta nella storia delle indagini contro la criminalità organizzata. Col rapporto del 7 febbraio 1981 Contrada, infatti, evidenzia anche il collegamento fra l'omicidio di Boris Giuliano e quello del capitano dei Carabinieri Emanuele Basile, ucciso dalla mafia a Monreale il 5 maggio 1980; fa rilevare per la prima volta come la mafia stesse pericolosamente mutuando schemi e modalità di organizzazione dai gruppi terroristici eversivi all'opera in quegli anni, in particolare per quanto riguarda l'adozione di "covi", fatto, questo, assolutamente nuovo per l'organizzazione mafiosa; indica l'ascesa del gruppo più estremista e sanguinario di Cosa Nostra, che costituirà lo zoccolo duro della nuova fazione vincente dei "corleonesi" (non passerà molto tempo, infatti, prima che la morte violenta di Stefano Bontade, ucciso nell'aprile di quel 1981, e di Totò Inzerillo, assassinato nel maggio successivo, scatenino la guerra di mafia che cambierà per sempre gli equilibri di Cosa Nostra e consegnerà lo scettro a Totò Riina); con questo rapporto, Contrada mostra, infine, di aver intuito, primo fra tutti, la pericolosa e letale deviazione della mafia verso quella strategia di stampo terroristico (vista in particolare l'azione ormai sistematica contro uomini delle istituzioni) che avrebbe, purtroppo, raggiunto il suo acme fra le tragiche macerie fumanti di di via D'Amelio e di quel tratto dell'autostrada Palermo-Trapani all'altezza di Capaci.



1982

Nel gennaio 1982 Bruno Contrada, su sua stessa richiesta, passa al SISDE con l'incarico di coordinatore dei centri SISDE della Sicilia e della Sardegna. Nel settembre del 1982, sùbito dopo l'omicidio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, il direttore del SISDE Emanuele De Francesco viene nominato prefetto di Palermo e Alto Commissario per la lotta alla mafia (organo di nuova creazione): De Francesco nomina Contrada capo di gabinetto presso l'Alto Commissariato Antimafia di Palermo. Contrada mantiene la carica di coordinatore dei centri SISDE della Sicilia e della Sardegna.


1986


Nel dicembre 1985 Contrada cessa dalla carica di capo di gabinetto dell'Alto Commissariato Antimafia. Dall'1 gennaio 1986 si trasferisce definitivamente a Roma, presso il
Reparto Operativo della direzione del SISDE. Qui svolge con successo diversi incarichi. L'ultimo di essi, prima del suo arresto, avvenuto il 24 dicembre 1992, è quello di coordinatore dei centri SISDE del Lazio e capo del nucleo Roma 3, destinato ad operare nell'àmbito di indagini sulla criminalità organizzata e diretto a livello operativo dal colonnello dei Carabinieri Paoletti. Proprio come Contrada aveva sempre fatto nel corso della sua lunga carriera, il nucleo Roma 3, su sua precisa ispirazione, lavorava in stretto coordinamento con tutte le forze dell'ordine, in particolare con lo SCO (Servizio Centrale Operativo) della Polizia, col ROS (Raggruppamento Operativo Speciale) dei Carabinieri e con il GICO (Gruppo Investigativo sulla Criminalità Organizzata) della Guardia di Finanza. Proprio sulla base delle informazioni raccolte dal nucleo Roma 3 si registrarono diversi successi investigativi:
1) fu impedita una strage ad Anzio;
2) furono intraprese indagini sull'autoparco di Milano nell'aprile 1992 e si arrivò all'arresto di importanti mafiosi siciliani facenti capo ad una cellula di Cosa Nostra impiantata a Bologna. Tra i nomi coinvolti in questa inchiesta spiccano quelli di Giacomo Riina, zio di Totò, e di Vincenzo Porzio;
3) fu scoperto un traffico di eroina gestito da curdi e napoletani tra Beirut e la Germania;
4) fu scoperta a Firenze
una cellula mafiosa collegata a quella bolognese capeggiata da Giacomo Riina;
5) fu sventato il sequestro del figlio di un noto imprenditore romano;
6) furono avviate indagini sul riciclaggio di denaro sporco tramite una società finanziaria legata al mafioso Gaspare Morello, uomo di Pippo Calò, e a Bonventre, Buzzetta, Cassarà e Badalamenti;
7) furono scoperte quattro tonnellate di hashish nascoste in una barca;
8) furono avviate indagini contro il terrorismo di estrema sinistra che portarono all'arresto di Giuseppe Biancucci.


1992

Dopo le stragi di Capaci e di Via D'Amelio, Contrada e i suoi più stretti collaboratori del SISDE si mettono a disposizione delle Procure di Palermo e di Caltanissetta per le indagini. Il procuratore della Repubblica di Caltanissetta Giovanni Tinebra incarica Contrada di formare un gruppo speciale per il monitoraggio delle famiglie mafiose più importanti. Contrada costituisce questo gruppo chiamando con sè funzionari del calibro di Carmelo Emanuele, Paolo Splendore, Francesco Sirleo, Fausto Gianni, Lorenzo Narracci, il colonnello dei Carabinieri Ruggero (capocentro SISDE di Palermo), Antonio De Luca (capocentro SISDE di Catania) e altri. Questo gruppo, diretto da Contrada, lavora in piena armonia con la Procura nissena e con quella palermitana e segue tre filoni d'indagine ben precisi:
1) si indaga in particolare, su preciso input di Contrada, sulla cosca dei Madonia;
2) si comincia ad indagare anche sulla figura di Vincenzo Scarantino, che poi risulterà avere avuto una parte di rilievo nell'attentato di Via D'Amelio;
3) si cominciano a seguire una serie di piste che conducono il gruppo sulle tracce del superlatitante Bernardo Provenzano. In particolare, Contrada e i suoi uomini individuano alcune società farmaceutiche ritenute facenti capo a Provenzano a al nipote Carmelo Gariffo.
Il gruppo investigativo è in piena attività quando, improvvisamente, viene sciolto il 18 dicembre 1992 per ordini superiori. Sei giorni dopo, alla vigilia di Natale, Bruno Contrada viene arrestato nella sua casa palermitana.
In carcere avrà modo di chiedersi, durante il processo a suo carico, come mai, anche se lui stesso era stato arrestato e rinviato a giudizio, fosse stato praticamente gettato a mare anche il cospicuo e fruttuoso lavoro investigativo del gruppo di cui sopra. Da lui organizzato e diretto.



SALVO GIORGIO

9 comments:

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